Un anno senza Leo

Eccoci qua, tesoro, dopo un anno. Sembra un secolo, ma allo stesso tempo sembra ieri. Lo so, è una frase di circostanza, che si dice tante volte in queste occasioni, però riproduce fedelmente la tempesta emotiva che chi ci è caro, andandosene, provoca nel nostro cuore.
Sei stato il mio terzo Leonberger, esemplare di quella razza che mi porto nel cuore da almeno 30 anni, quando durante un’esposizione canina vidi un gigante come te alzarsi sulle zampe posteriori per appoggiare quelle anteriori sulle spalle del suo padrone e incollare lo sguardo al suo. Rimasi incantata dalla loro sintonia, dal filo che li univa in una vibrazione che avvertivo anche a distanza. Una scena affascinante, magica. Come sapete essere magici voi, grandi leoni della specie canina.

So che qualcuno si meraviglia che io, che aiuto i cani abbandonati nei rifugi, io che da anni mi impegno contro il randagismo, abbia da decine di anni al mio fianco anche un Leonberger. Ma non ho nulla contro le razze canine: credo anzi che siano un patrimonio dell’umanità da tutelare nella sua straordinaria varietà. L’ideale sarebbe, se si sceglie un cane di razza, affiancargli almeno un cane adottato al canile: spesso si creano amicizie uniche proprio per la diversità dei caratteri e delle inclinazioni.
Amicizie così salde che… Tommi, dopo aver vissuto con te per quasi nove anni, a distanza di un anno non sa ancora capacitarsi di non ritrovarti più al suo fianco.

Non è stato facile vedere il mio gigante piegarsi al male in pochi mesi. Perdere le forze e conservarle tutte, tre giorni prima di lasciarmi, per alzarsi traballando sulle zampone e “correre” a proteggermi da quella che credeva una minaccia: un cinghiale che era venuto a cercare qualcosa da sgranocchare in giardino. Mi hai sentita gridare per allontanarlo da quell’impavido di Benny e hai pensato “Mamma, eccomi, arrivo a proteggerti. Sono ancora io, la tua guardia del corpo”.
È l’immagine che mi torna alla mente per prima quando penso a te, il mio guardiano buono che… guai a chi gli toccava la mamma. Hai passato la vita a proteggermi e amarmi.
Io con te non sono stata altrettanto brava. Non sempre. Sei arrivato in un momento difficile, dopo che Joy, il mio infermierino , si era fatto da parte per permettermi di affrontare quell’operazione alle tonsille che non avrei fatto finché ci fosse stato lui: lui che aveva bisogno di me, sempre.
Non stavo bene, quando sei arrivato. Un medico indegno di essere chiamato tale mi aveva distrutto la salute, ma il tuo arrivo mi ha aiutata a reagire, a cercare di riprendere in mano la mia vita. Ad affrontare quella nuova operazione alle tonsille, martoriate dall’incompetenza e, forse, dall’avidità di un individuo privo di ogni etica.
All’inizio pensavo, sembrava, che tu fossi un cane difficile. Ma eri solo vittima di sbagli, a partire dall’allevatore che ti cedette troppo presto, quando avevi ancora bisogno degli insegnamenti della mamma e dei giochi educativi con i fratellini, dopo averti confinato in una stalla, senza mai farti mettere piede in casa, senza socializzare con persone e animali. Ma non era colpa tua.

È grazie a te che ho imparato che “i cani non hanno colpe”. All’inizio non lo sapevo, eppure di cani ne ho avuti accanto, sin da piccola. Ma ognuno mi ha insegnato cose diverse. Non sempre però si è in grado di metterle insieme: come spesso facciamo noi umani, scarichiamo sugli altri le colpe dei nostri errori, dei nostri limiti. E così tu eri (sembravi) un cane difficile, difficilmente plasmabile. Dopo due Leonberger, credevo di sapere tutto sulla razza e di poter creare con te un rapporto perfetto. Ero così preoccupata dal volerti perfetto, irreprensibile, da non rendermi conto che ogni essere vivente è meravigliosamente imperfetto. Che la perfezione non esiste in nessun angolo della Terra, né dell’intero Universo. Eppure io da te la pretendevo. Credevo che mi fosse dovuta, dopo che eravamo venuti fin lassù in Germania per portarti a casa. E proprio in quanto tedesco di nascita e di razza tedesca, dovevi essere… perfetto. Strane cose ci mettiamo in mente noi umani, quando non siamo felici o siamo in momenti di difficoltà, e riversiamo aspettative immense ed esagerate sui nostri quattrozampe.
Io ero in grandi difficoltà, fisicamente ed emotivamente fragile, e i problemi che ho affrontato all’inizio con te, credendotene il colpevole, non me li aspettavo. E subito sono corsa ai ripari… o meglio ho cercato di farlo. E anche lì ho sbagliato, portandoti in un centro cinofilo che non era assolutamente adatto a creare quell’intesa tra te e me che, da sola, non riuscivo a creare.
Mi dissero che… mi ero presa un “cagnone”. Ma non era alla tua mole che facevano riferimento. Si riferivano a una tua presunta caratterialità, a una presunta difficoltà di interagire con gli esseri umani e con i tuoi simili. In realtà tu eri semplicemente stufo di dover eseguire ogni volta esercizi inutili e ripetitivi, un affronto alla tua intelligenza e alla tua indole di cane esuberante e attivo. Mi guardavi con aria afflitta e annoiata, e io non ti capivo. Ti credevo solo testardo e refrattario a obbedire… già: a obbedire al solito insulso ordine “Al fianco!” dopo averti obbligato per decine di volte a una strana e innaturale giravolta su te stesso che neppure un cane da circo avrebbe eseguito volentieri.

Eppure io mi misi in tasca quella sentenza: “Ti sei presa un cagnone”. Un cane difficile da gestire. E iniziai a considerarti tale, e a comportarmi come, appunto, la padrona di un cane difficile, da non far avvicinare a persone e cani, creandoti intorno un immeritato alone di… pericolosità. E quando ti portavo a spasso ero più tesa delle corde di un violino, e attraverso il guinzaglio, il nostro cordone ombelicale, ti trasmettevo tutta la mia ansia.
Pazzesca la sequela di errori che riusciamo a inanellare con i nostri cani. Che sarebbero le creature più ben disposte ad assecondarci, se solo noi fossimo capaci di capire che cosa vogliamo da loro e farlo capire anche a loro. Che non aspettano altro che esaudire i nostri desideri.
Io invece, che pure di cani ne avevo avuti accanto tanti, non me ne rendevo conto: pensavo che tu volessi la tua… indipendenza e non amassi obbedire al mio volere. Come un figlio ribelle che si ammutina ai genitori.
Quando si dice che li umanizziamo è più o meno questo l’errore che facciamo. E io… io ne ho fatti tanti… Finché quel giorno mi hai strappato il guinzaglio di mano per correre dietro a quel cinghiale. E lì mi sono resa conto che avevo un bell’urlare per farti tornare da me. Eppure urlavo, arrabbiata, arrabbiatissima. Tornasti quando non avevi più fiato, oppure il gioco ti aveva stancato. Appena appena pentito, soprattutto festoso. Ti eri divertito, tu. Io no. Io ero furibonda. Con te. Mentre avrei dovuto essere furibonda con me, per non averti saputo impedire di correre dietro al cinghiale. Da lì la tensione aumentò, aumentò, e finii per non portarti più fuori a passeggio, perché ogni uscita era causa di stress. Finché chiesi al dottor Dalzovo di aiutarmi a cercarti una nuova famiglia: «Dottore, ci stiamo rovinando la vita: io a lui, lui a me.»
E, con la sua ben nota lungimiranza, il dottore mi suggerì di rivolgermi a Demis Benedetti… il risolutore dei casi (non cani…) difficili.

Demis… che senza dirmelo chiaramente mi fece capire che il problema, tra me e te, non eri tu: ero io. Io che avevo proiettato su di te eccessive aspettative, tante paure, tante insicurezze. Rendendoti un cane guardingo, in contrasto con la tua indole pacifica e pacificatrice.
Ero io il problema. Io, che da te pretendevo amore assoluto e incondizionato mentre, mi spiegò Demis, avevo il tuo rispetto: la cosa più importante. Perché non c’è amore senza rispetto.
Ero io da educare, non tu. Io a dover capire che da te potevo aspettarmi ciò che effettivamente volevo. L’importante era stabilire che cosa effettivamente volevo. E impegnarmi a volerlo. Era solo questione di prenderne consapevolezza, lavorare sulla propria autostima e acquisire una nuova sicurezza. E così fu. E tu, in questo processo evolutivo (questo percorso, come lo chiamerebbe qualcuno), mi sei stato accanto con eroica pazienza, accettando le mie cadute e le mie risalite, le mie intemperanze di cui ora ti chiedo scusa, senza mai mollare, senza mai allontanarti da me, amandomi senza un attimo di cedimento, col disinteresse tipico dei cani. Che nulla pretendono in cambio del loro amore smisurato.
Abbiamo imparato a rispettarci a vicenda, a misurare insieme le nostre forze e a capire che potevamo, sempre, contare l’una sull’altro.
Da lì in poi la musica è cambiata. E l’abbiamo suonata insieme, in totale sintonia. Se all’inizio mi mancava quel senso di… amore travolgente, traboccante, che sembra scaturire direttamente dallo stomaco, quella sensazione che mi prendeva quando guardavo un mio Leonberger, con te questo tipo di emozione è arrivata col tempo. Lavorando con impegno. Non è arrivata da sola. L’abbiamo cercata insieme, giorno per giorno. Arrivando a capirci senza neppure bisogno di uno sguardo. Solo col pensiero, anche se è difficile dirlo e farlo accettare, oggi, in un mondo basato sull’empiricità e il pragmatismo.

Siamo arrivati a capirci così tanto, tesoro mio, che quando è giunto il momento di lasciarti andare la decisione è arrivata con grande facilità, anche se non con meno strazio. Come la cosa più semplice e naturale del mondo. Come se fosse quello il traguardo per cui ci eravamo allenati negli ultimi mesi. Me l’hai fatto capire quel sabato notte di un anno fa. E se adesso riesco a pensare con serenità a te, a quegli ultimi terribili ma magici momenti, è grazie al meraviglioso rapporto che eravamo riusciti a creare. Di totale comprensione. Il massimo a cui si possa aspirare.
Se penso a voi tre Leonberger della mia vita: Boris è stato il mio angelo custode, Joy la mia roccia e poi il mio infermierino e tu… il mio guardiano ma, soprattutto, il mio maestro. Mi hai insegnato tante più cose tu sui cani che tutti gli altri cani della mia vita. Senza nulla togliere a nessuno di loro. Ma tu sei arrivato per adempiere a una precisa missione: insegnarmi. Attraverso gli sbagli, che quasi con tenacia hai saputo farmi commettere per poi farmeli capire, mi hai cambiata. Dandomi una sicurezza e una padronanza che mi mancavano, anche se non me ne accorgevo. Tanto che adesso mi sentirei pronta a gestire un… vero leone, non solo un cane che ne abbia le sembianze.
Grazie, Leo, per essere stato un grande maestro. Ma non hai ancora smesso, lo so.

Diana

P.S. A distanza di un anno, io e Gianni vogliamo ringraziare tutti quelli che l’hanno amato e ci hanno aiutati, in particolare Alberto Piccoli, il dottor Salvatore Abbotto e la dottoressa Guendalina Merlini della Clinica veterinaria Carlo Felice di Sassari, il dottor Salvatore Careddu, Andrea Loriga di Taxi Dog di Sassari, Demis Benedetti e Francesca Forante di New Thought di Lugagnano (VR).
Grazie anche a Cristiana Cavicchi (Leonberger Wiyot). Lei sa il perché.

 

P.P.S. Sotto le foto del mio Leo (con Tommi, adottato quasi 15 anni fa al rifugio Fratelli Minori di Olbia, e il cuginetto Brad), due lettere di un’amica che anni fa ha perso il suo Leo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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