– CARA DIANA TI SCRIVO. Lettere a un’amica degli animali… ma non solo (ottobre 2019)

“Cara Diana, ti scrivo”.
Lettere a un’amica degli animali… ma non solo
Intervista a Diana Lanciotti sul suo ventesimo libro, una raccolta durata 22 anni di lettere (e ora email) da chi la considera un’amica a cui rivolgersi per parlare di animali, ma anche di libri, di persone, di vita. Una rappresentazione partecipata e spesso commossa dei sentimenti che legano sempre più strettamente gli esseri umani ai loro migliori amici e la dimostrazione che amare e rispettare gli animali non esclude affatto amare e rispettare i propri simili. E, con l’occasione, un accenno all’ambiente…

“Cara Diana, sono un’abbonata alla tua bellissima rivista e leggendo la lettera di una tua lettrice la quale, parlando della sua cagnolina che ha perduto nel 2007, ti chiede conferma al fatto che gli animali ci vedono e ci ascoltano dal paradiso…”
“Carissima Diana, sono demoralizzata da come sta evolvendo Lulù. Ogni volta che dobbiamo uscire per fare una passeggiata e per imparare a fare i bisogni fuori di casa è una lotta…”
“Cara Diana, fortunatamente girando su internet ho trovato il tuo sito: proprio oggi pomeriggio ho appreso dal mio veterinario che la mia cucciolina di appena 50 giorni ha un megaesofago congenito…”

Un tempo erano su carta, ora sono email. Ma la sostanza non cambia: le lettere che Diana Lanciotti riceve sono una rappresentazione del rapporto uomo-animali ai giorni nostri. Un quadro rassicurante, che ci conferma quanto i valori del rispetto e della comprensione siano diffusi… anche se fanno meno notizia. Ecco perché Diana ha deciso di dare loro la giusta rilevanza in un libro, dove tutti coloro che amano gli animali vedranno rappresentati i sentimenti, le ansie, i timori, i successi, le gioie che vivere con un amore a quattro zampe comporta. Un tempo era Paco a rispondere, ma dietro la sua firma si celava la sua “scopritrice”, colei che insieme al marito lo adottò nel febbraio del 1992 e da allora vide aprirsi un mondo inimmaginabile, dove l’umana crudeltà condanna gli esseri più innocenti e fedeli a una vita infame (per strada o in canile) o alla morte.
Poi, con la scomparsa di Paco, Diana ha iniziato a firmarsi col proprio nome, e ha aperto sul suo sito www.dianalanciotti.it e su Amici di Paco “La Posta di Diana”, suddivisa in diversi argomenti. Come dire: nonsoloanimali. Ma ne parliamo direttamente con lei, per capire cos’è cambiato negli anni nel rapporto epistolare con, usando il linguaggio dei social, i suoi followers. Ecco, l’ho detto, e già lei alza gli occhi al cielo…

Che cos’ho detto di male, Diana?
Niente… però sai quanto amo la lingua italiana e così poco gli inglesismi (ride).

E… come dovrei definire i tuoi “followers?”
Sostenitori? Simpatizzanti? Amici? Ecco, amici è la parola che preferisco. Mi sembra la più adatta a definire il rapporto che si instaura quasi subito (salvo rare eccezioni) con chi mi scrive. Ma anche con chi mi telefona.

Una volta rispondevi come Paco, ora con il tuo vero nome. Cambiando, almeno “ufficialmente”, l’interlocutore è cambiato qualcosa nei contenuti e nella forma del corrispondere?
Ormai non si tratta solo di “discorsi animalisti”, ma di scambi di opinioni, consigli, considerazioni sull’attualità, sulla famiglia, sui sentimenti. Il fatto che un tempo rispondessi come Paco, anche se tutti sapevano che era una “licenza poetica”, forse condizionava in qualche modo l’oggetto delle lettere, che erano sempre su temi legati agli animali. Scrivendo a un cane, pur sapendo che a rispondere era una persona, tutti stavano al gioco ma si limitavano a parlare di questioni attinenti agli animali. Spesso chi scriveva si firmava col nome del proprio cane o gatto. Ma quando Paco purtroppo ci ha lasciati, forse il fatto di vedere una faccia anziché un muso ha indotto molte persone a scrivermi anche su altri argomenti.

E infatti “La posta di Diana” è suddivisa in temi.
Sì, ormai ricevo email (le lettere sono praticamente scomparse) su argomenti disparati. Finora ho fatto una prima classificazione: “Attualità”, “I nostri migliori amici”, “Libri”, “Quattro chiacchiere”, “Scrittura (idee, consigli)”, “Sentimenti”. Prima o poi aggiungerò anche la sezione “Varie”.

Ce n’è una per ognuno dei diversi argomenti che ricordi di più o più volentieri?
Sinceramente no. Posso dirti, però, che prima dell’intervista mi sono preparata (ride) e ho ripassato la lezione… E ho scoperto che nella sezione “I nostri migliori amici” da diversi anni molte delle lettere che ricevo sono legate a patologie, in particolare al megaesofago.

Immagino sia per via di Joy.
Certo. Non c’è altro motivo: non mi sono mai permessa di sostituirmi ai veterinari, solo che facendo una ricerca su internet scoprono che ho avuto un cane con una deformazione dell’esofago e che, sfidando i pessimisti, l’ho sottratto alla soppressione e ne ho fatto un cane sano e felice e mi chiedono consigli. Resta pur sempre che il veterinario è la figura di riferimento da cui non si può mai prescindere,

Quanti ne hai salvati?
Non ho mai tenuto il conto, e comunque non sono io ad averli salvati, ma è un insieme di fattori: l’amore e l’impegno dei proprietari, l’apporto costante del veterinario, in molti casi una cura specifica, come quella a cui il dottor Dalzovo sottopose Joy per i primi mesi di vita. E poi a volte succede che, dopo che ho raccontato la mia esperienza e dato i miei consigli, non ho più notizie. Ed è un peccato, o dovrei dire un dispiacere, perché il megaesofago è una patologia a quanto ho scoperto piuttosto diffusa, ma non è ancora molto ben inquadrata sotto il profilo farmacologico. Ma se, come chiedo sempre, ognuno mette al servizio degli altri la propria esperienza, come ho fatto io, possiamo fare grandi progressi.

Come ti spieghi che dopo averti scritto spariscano nel nulla? La cura non ha funzionato?
No, anzi: le soluzioni (sia terapeutiche, sia alimentari) di solito funzionano. Ma quando la situazione si evolve in bene, si cerca di dimenticarsi delle difficoltà e ci si butta tutto alle spalle. È la spiegazione che mi sono data. Oppure, e questo atteggiamento mi amareggia molto, chi mi scrive spera che esista una bacchetta magica per risolvere all’istante il problema, e quando si sente rispondere che non c’è nessuna bacchetta magica ma solo tanto impegno, dedizione, amore ma anche soddisfazione… getta la spugna. Per me è un grande dolore, oltre a un forte senso d’impotenza.

Allora cambiamo argomento. Qualche lettera ti ha messo in difficoltà?
Quelle scritte con livore da certi pseudoanimalisti, che invece di fare fronte unito e capire che si ottengono risultati se si collabora preferiscono la guerra. Sono quelli che sanno tutto, sempre pronti a dare lezioni, a ergersi a paladini della verità e non gli par vero che ci sia chi si occupa di animali senza… odiare i propri simili. Ecco, a quelle faccio fatica a rispondere, perché so che spesso è tempo sprecato. Certo animalismo rabbioso, “bavoso”, non fa bene a nessuno, tanto meno agli animali. Come sai, preferisco “persuadere con dolcezza”.

E funziona molto bene. Il tuo essere “fuori dal coro” ti ha attira critiche proprio da parte di chi si pone i tuoi stessi obiettivi di tutelare gli animali.
E infatti più di una volta ho scritto “Non chiamatemi animalista”. Non se l’animalismo è quello becero, litigioso, che non vede oltre il proprio naso e, diciamocelo, a volte oltre i propri interessi. Perché anche qua, come in qualunque settore l’uomo mette le mani, ci sono degli interessi. Ed è il motivo per cui, scoprendolo tanti anni fa, ho fondato il Fondo Amici di Paco: per dare una mano concretamente agli animali, e non solo a parole. C’è un animalismo di facciata che copre speculazioni sulla pelle degli animali, oppure gratifica il desiderio di apparire di qualcuno. Per fortuna c’è una consistente maggioranza di persone che si impegnano per gli animali con correttezza e vera passione.

Diana, ci sono lettere che ti hanno messo in imbarazzo?
Vale quanto ho detto prima: soprattutto quelle di chi dovrebbe remare con te, sulla stessa barca, e invece parte per la tangente. Ma è stata la lettera di una cacciatrice che mi ha dato un po’ di filo da torcere. Era scritta con tale garbo e rispetto che mi ha spiazzata. Non è stato facile rispondere mantenendo lo stesso approccio cortese e rispettoso, ma credo di avercela fatta.

A chi rispondi malvolentieri?
A chi, in una forma d’amore deviata per i propri animali, ne ignora la “caninità” e la felinità, costringendoli a vivere contro natura: cani repressi e gatti iperprotetti, trattati come ninnoli a cui, frustrandone le naturali inclinazioni, egoisticamente si toglie il gusto di fare esperienze ed esplorare il mondo.

Ci sono lettere a cui non rispondi?
Quasi mai, perché sono sempre pertinenti e se qualcuno impiega tempo per scrivermi è perché lo ritiene importante e si aspetta una risposta. Magari se non si tratta di questioni urgenti ci metto un po’ di tempo… Di solito rispondo privatamente quando l’argomento è troppo personale. Non rispondo più a chi fa polemica o provoca e soprattutto a chi non si firma o assume una falsa identità per cercare lo scontro. Ma sono pochissimi, rispetto a un tempo. Credo succeda un paio di volte l’anno. E certe volte sono sempre gli stessi che ci riprovano.

Alcuni giorni fa si è tenuto lo sciopero global dei giovani promosso da ‘Fridays For Future’, il movimento di Greta Thunberg. Ho letto la tua risposta alla lettera di una ragazza. Come sempre… fuori dal coro.
Sì… mi occupo di marketing e comunicazione da 36 anni. Ormai ho affinato l’olfatto… e riconosco subito l’odore di un’operazione di marketing. E ti assicuro che questa è una grande, colossale e ben congegnata operazione di marketing. Ricordiamoci che alcuni giornalisti svedesi hanno scritto che il fenomeno Greta è un lancio studiato a tavolino, come qualunque prodotto da vendere, da un esperto di marketing.

Quindi l’emergenza clima è un prodotto da vendere come un qualunque detersivo?
In mani esperte può diventarlo. Il marketing è una disciplina splendida, ma può essere un’arma a doppio taglio per chi non ne conosce le dinamiche. Per quanto mi riguarda non potrei mai praticare un marketing ingannevole, che promuova un prodotto o un servizio non veramente validi e corretti. Ma non tutti la pensano come me e ci sono professionisti abilissimi nel raccontartela e farti credere ciò che non è vero o non va bene. Per carità, nessuno nega l’importanza della tutela dell’ambiente, ma l’odore che si sente diventa puzza, purtroppo, quando vedi tutti questi potenti della terra che si lasciano offendere con condiscendenza da una ragazzina di 16 anni e, anzi, ne fanno un loro simbolo. C’è un processo di omologazione in corso per cui se ti permetti, come sto facendo io, di esprimere dubbi non tanto sulla povera Greta, ma sul circo che le gira intorno, il Circo Greta, sei guardato a vista, bollato come reazionario, insensibile ai destini del mondo. Per fortuna ho dalla mia tutta una storia di amore e rispetto per la natura e il Creato in genere che mi mette in salvo da certe accuse. Anche se ci sarà chi me le rivolgerà in ogni caso.

Sei in buona compagnia, perché tanti intellettuali e tanti scienziati stanno… sgretolando le tesi di Greta.
Non sono solo e tanto le sue tesi, ma quelle che le hanno inculcato. Non è politicamente corretto dirlo, ma ricordiamoci che la ragazzina è, purtroppo per lei, affetta da una sindrome catalogata tra i “disordini pervasivi dello sviluppo”, che riguardano il comportamento e la socialità. Il primo a studiarla agli inizi del ‘900 fu il pediatra viennese Hans Asperger, che definì “piccoli professori” questi bambini dal carattere solitario, goffi nel muoversi e nel parlare, tendenti a isolarsi dai loro coetanei e con difficoltà a comunicare e a relazionarsi con gli altri. Bambini in ogni caso intelligenti (anche Susanna Tamaro ha scoperto di esserne affetta, e nessuno può negare la sua intelligenza e le sua capacità), capaci di coltivare i loro interessi (musica, scienza, letteratura, matematica, collezionismo… allora l’ambiente non esisteva ancora tra gli interessi) con particolare impegno (quasi una forma di maniacalità), fino a diventare dei veri e propri esperti. Non sono io a dire queste cose, ma la stessa madre di Greta, che ha scritto un libro in cui parla dei problemi comportamentali e alimentari delle due figlie. Qualcuno sta sfruttando questo suo modo di essere per farne un’icona dell’ecologismo progressista. Sciacalli della finanza e della politica che hanno trovato un testimonial dalla faccia pulita dietro cui nascondere i loro brutti ceffi.

Il libro di Greta sta andando a ruba…
Altra riuscita operazione di marketing: tutti comprano il libro di Greta (anzi: della mamma di Greta) aspettandosi di leggere il suo manifesto per l’ambiente, il racconto dei motivi che l’hanno portata a impegnarsi, i suoi sogni, i suoi obiettivi. Invece quasi tutto il libro è il racconto, noioso, banale e ripetitivo della vita di una famiglia come tante, ma molto privilegiata dal punto di vista economico e sociale, dove però ci sono due bambine problematiche. La tematica ambientale occupa solo una piccola sezione finale. Diversi lettori hanno provato a scrivere recensioni negative sulle varie librerie online, ma sono state censurate e compaiono solo quelle positive.

Si potrebbe definire una bufala?
Sì, una bufala ben orchestrata: si può dire se non si ha paura di essere bollati come “contro Greta”. Ormai il mondo occidentale è diviso in due: o sei con Greta o sei contro Greta. Dico occidentale, perché il resto del mondo è preso da tutt’altri problemi che trastullarsi con queste guerre pseudoideologiche. E buona parte del mondo (in primis Cina e India, contro cui guarda caso Greta non protende il suo ditino accusatore) se ne frega dell’ambiente e lo sfrutta e inquina. Eppure contro quegli stati, potenze in espansione che usano tutti i mezzi più inquinanti per sostenere la propria crescita, nessuno si pronuncia. Siamo noi occidentali, col nostro “deplorevole” sistema di vita che ha abbattuto il tasso di mortalità e che ci consente di vivere tutto sommato bene, a doverci pentire: lo stesso stile di vita occidentale che permette a una ragazzina, che deve ancora imparare a conoscere il mondo e i problemi della vita, di attraversare l’Atlantico su una costosissima barca a vela prodotta con materiali inquinanti, spacciandola come mezzo “ecologico”, di accusare i governi di ogni nefandezza ed essere applaudita dagli stessi che indica come responsabili del disastro ambientale. È un paradosso, o no? E guarda che anch’io non sono per niente d’accordo sul fatto che ci debba essere sempre una “crescita” del PIL. L’obiettivo dei governi dovrebbe essere di assicurare lavoro e condizioni di vita decorose e possibilmente felici a ogni cittadino. Ma questa ossessione per la “crescita” non la condivido. Anche perché se non c’è una crescita della popolazione la scusa di dar lavoro in più non regge. Incominciamo a non delocalizzare e mantenere nell’ambito nazionale le industrie e favorire l’occupazione interna. Insomma, il clima è uno dei problemi, ma non è detto che vada affrontato come si fa ora, come se fossimo alla catastrofe.

Oltre 500 scienziati hanno stilato un documento per spiegare che l’allarme ambiente non è così grave.
Vero. Però nessuno gli dà spazio, non li invitano a tenere conferenze all’ONU, i media non ne parlano, perché ormai riempire pagine e trasmissioni tv delle gesta di Greta e seguaci è un argomento che tira e accende i dibattiti che alzano l’audience. L’emergenza climatica, nei termini in cui viene posta, è diventata l’oppio dei popoli, il cavallo di Troia per portare in ogni casa auto elettriche e ogni ritrovato “non inquinante”, e per giustificare aumenti di tasse e balzelli, in nome della green economy: il nostro nuovo moloch a cui immolarsi. L’arma di distrazione di massa (come qualcuno l’ha definita) per distoglierci dalle manovre dei poteri forti (banche e finanza in primis e ONG collegate) che stanno sempre più dominando il mondo, e ci vogliono distratti mentre infilano le mani nelle nostre tasche e ci sottraggono tutte le risorse che sono patrimonio comune dell’umanità intera. O come sta facendo in Africa la Cina, che sta mettendo mano su tutte le risorse di cui il continente africano è ricchissimo e che, se messe a disposizione delle popolazioni locali, consentirebbero loro un buon tenore di vita e di non morire più di fame, di sete e malattie. Ma a chi interessa veramente? Non di certo a quelli, che definisco gli “aguzzini dell’accoglienza”, che sfruttano i flussi migratori per arricchirsi alle spalle di tanti disperati e li portano da noi pur sapendo che verranno sfruttati o vivranno ai margini della società. Altro che integrazione.

Triste. Non hai paura di essere criticata per queste prese di posizione?
Attenzione: non sto dicendo che dobbiamo fregarcene dell’ambiente, ma che per noi occidentali pensare alla green economy è un lusso da ricchi, mentre milioni di persone muoiono di fame, sete e malattie nei paesi poveri. Ormai i politici cavalcano l’onda dell’ambientalismo, per far scordare la propria immagine di razza corrotta, per purificarsi la coscienza e presentarsi all’elettorato come coloro che hanno a cuore le sorti del pianeta. C’è da fidarsi?

Persino il ministro dell’Istruzione ha mandato una circolare invitando i presidi a favorire la partecipazione dei ragazzi allo sciopero sul clima.
Del resto dai parvenu della politica c’è da aspettarsi di tutto… Tutti, anche noi considerati “matusa” dai quindicenni di oggi, siamo stati quindicenni e sappiamo quanto si fosse sempre in cerca di una scusa per… bigiare. Io non lo facevo, perché odiavo già allora le strumentalizzazioni. Quando i miei compagni facevano sciopero per motivi che neanche conoscevano, andavo a scuola e chiedevo ai professori di parlare dell’argomento oggetto dello sciopero.

Forse più che uno sciopero andava fatta una giornata d’informazione.
Se invece di far andare i ragazzi per strada, con i pericoli che ormai ogni manifestazione di massa comporta, genitori e insegnanti si fossero messi insieme per promuovere un programma di incontri con relatori dell’una e dell’altra parte, per dare una visione completa e non parziale, allora sì che avrebbero fatto un passo avanti nella comprensione del problema. E invece abbiamo visto gli scioperanti recitare slogan e non riuscire a rispondere alle domande dei giornalisti che chiedevano le ragioni dello sciopero. Li abbiamo visti fumare e usare gli inseparabili telefonini, alla faccia dell’ambiente. Se pensiamo che abbiano preso spunto dalla manifestazione per cambiare abitudini e adottare uno stile di vita meno inquinante rimarremmo delusi. Quanti di loro rinunceranno alle comodità che il progresso gli ha regalato senza che abbiano mosso un dito per guadagnarsele? Non mi piace parlare “da vecchia”, ma l’omologazione e l’intruppamento dei social, i nuovi tiranni della nostra epoca, hanno privato le nuove generazioni di qualunque senso critico; persino la passione politica, che nel bene e nel male ha animato gli adolescenti del passato, ora è scomparsa, rimpiazzata dal rimbambimento di Facebook e dall’essere sempre connessi e far parte di un mondo virtuale, sempre più svuotato di contenuti reali.

Quindi secondo te questo sciopero non era capito e condiviso dagli stessi scioperanti? Tempo perso?
Per carità, loro hanno perso solo un giorno di scuola e un po’ di libertà di pensiero. A perderci saremo tutti noi, perché quel venerdì di sciopero per il clima servirà a politici e industriali per imbonirci, propinandoci la favola del mondo che si sta distruggendo a causa dell’uomo cattivo e della necessità di correre ai ripari accettando tasse, acquistando prodotti, adottando uno stile di vita “green” che non necessariamente significa rispettoso del Creato. Creato, mi permetto di ricordare, di cui fanno parte la Natura, ma anche gli animali e gli esseri umani.

Ma qualcosa di buono l’avrà, Greta.
Sì, lei ha dalla sua la passione, il coraggio, l’età. Ma la stanno usando, e stanno avallando questo suo modo di porsi rabbioso, che addirittura la trasfigura e imbruttisce. Quando dice “mi avete rubato i sogni” in un certo senso ha ragione. Ma non deve prendersela con i bersagli che prende di mira, o non solo con loro, ma con chi la sta sfruttando, portandole via l’entusiasmo, l’allegria, la gioia di vivere e godere della spensieratezza e delle speranze della sua età. Come fa una ragazza della sua età a essere sempre arrabbiata? Ne hanno fatto una donnina brutta e cattiva, che quando avrà finito di essere utile si ritroverà ad aver perso la sua gioventù per farsi pilotare in questa impresa più grande di lei, di cui non conosce dimensioni, risvolti e rischi. Spero di sbagliarmi, ma per Greta vedo un futuro di delusioni, di frustrazioni. E mi dispiace sinceramente.

Tornando al tuo libro, qual è il messaggio che intende diffondere?
L’amore e il rispetto per gli animali, che non deve mai essere disgiunto da quello per tutto il Creato, esseri umani compresi. Il fatto che nelle lettere a cui rispondo non si parli solo di animali, ma di tante cose della vita, è la prova che impegnarsi a favore degli animali, o comunque amarli come li amiamo noi, non esclude l’aiutare e amare il proprio prossimo. Chi non ama o non fa nulla per creature umili e innocenti non fa nulla nemmeno per i propri simili. Spero che dalla lettura emerga la mia gratitudine per aver allacciato vere e proprie amicizie e aver creato rapporti di stima e fiducia, arrivando a fornire veri e propri sostegni psicologici a persone che mi contattano per i loro animali, e poi finiscono per… coinvolgermi nelle cose della loro vita familiare e personale. Altro che curarsi solo degli animali!

Dopo 22 anni di impegno per gli animali, so che hai un sogno. Ne hai parlato anche nell’editoriale…
Come ho scritto, lavoro da 36 anni, prima in azienda e ora per le aziende, facendo consulenza di marketing e comunicazione. Un lavoro bellissimo, di grande soddisfazione… (ride) lo stesso che mi permette di smascherare operazioni di marketing spacciate come iniziative genuine e spontanee, come nel caso di Greta Thunberg.

Quindi…
Ho fatto un bilancio della mia vita e mi sono resa conto che ho trascurato la mia più grande passione: la scrittura. Un po’ perché quando ero lanciatissima e piena di progetti sono stata bloccata per anni a causa di quell’operazione alle tonsille del 2009 che per almeno 5 anni mi ha procurato conseguenze pesantissime. Praticamente ho buttato via anni a cercare di star bene, vivacchiando e cercando di sopravvivere allo scempio che un medico scellerato aveva causato al mio organismo. E, una volta ripresami, anche se non al 100%, mi sono ritrovata con tante cose non fatte che avrei voluto e vorrei fare. Ad esempio, scrivere più libri e occuparmi della promozione, cosa che non ho mai tempo di fare. Insomma, vorrei ridurre il tempo dedicato all’attuale lavoro e fare della scrittura il mio lavoro principale. E, come ho detto, se ne avvantaggerebbe anche il Fondo Amici di Paco, al quale finora ho destinato tutti i proventi delle vendite.

Vendendo molti più libri, potresti trattenerti una parte per te e destinarne un’altra, sempre consistente, al Fondo Amici di Paco. Sarebbe un vantaggio anche per l’associazione se tu avessi più tempo a disposizione per la scrittura e l’associazione stessa. Perciò, Diana, concludo invitando i tuoi sostenitori a darti una mano, acquistando e regalando TUTTI i tuoi libri e facendoli diventare il loro regalo preferito per amici e parenti. E gli insegnanti ad adottarli in sempre più scuole.
Sarebbe molto bello.

Paola Cerini – Amici di Paco 72 (ottobre 2019)