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Cani recuperati dai Vigili del fuoco a 1400 metri, in mezzo alla neve. Ma… che ci facevano lassù?

Stamattina sull’ANSA leggo questa notizia:

Due cani che si erano smarriti ieri nei boschi intorno al comune di Castelnuovo al Volturno (Isernia), in località Valle di Mezzo, sono stati recuperati oggi dai Vigili del Fuoco del Comando di Isernia, in un ambiente impervio e innevato a oltre 1400 metri di quota. Fortunatamente i due cani avevano un collare con incorporato un trasmettitore Gps e seguendo le tracce i Vigili del Fuoco sono riusciti a raggiungerli. I cani erano impossibilitati a muoversi poiché bloccati da uno strapiombo. Con manovre di derivazione speleo alpino i Vigili del fuoco li hanno recuperati consegnandoli poi ai legittimi proprietari.

Bella notizia, no? La prima sensazione è di sollievo, poi di gratitudine per i Vigili del Fuoco che quando c’è da salvare una vita non stanno a guardare se si tratta di un micetto salito su un albero o un bambino caduto in un pozzo o un anziano intrappolato da un incendio. E per farlo affrontano pericoli da cui noi “comuni mortali” ci terremmo accuratamente alla larga.
Ma… poi mi chiedo: che cosa ci facevano due cani in mezzo alla neve a 1400 metri? So già la risposta ancora prima di guardare le foto, che non fanno altro che confermare il mio sospetto: erano due cani da caccia col classico collarone con GPS che i cacciatori infilano al collo dei loro cani durante le battute di caccia. Non perché i cani da caccia siano disobbedienti e scappino, ma perché presi dalla frenesia dell’inseguimento al cinghiale, al cervo o alla lepre, perdono letteralmente la bussola e si ritrovano, sfiatati e smarriti, a chilometri di distanza dal punto di partenza.
È capitato anche a me, vivendo in zone dove la caccia è una consuetudine radicata, di recuperare alcuni di questi cani: graffiati dai rovi, disidratati, con le costole in vista, sfiniti da corse di chilometri per inseguire un cinghiale che, per fortuna, se l’è data a gambe anziché rivoltarsi e squarciargli la pancia. Tutti i cani che ho recuperato avevano lo stesso collare con GPS dei cani ritrovati dai vigili del fuoco in Molise. Oltre a un numero di telefono, che mi ha permesso di restituirli in breve tempo ai proprietari.
Vi confesso che più di una volta, vedendo quei cani scheletrici, con le zampe ossute, i polpastrelli consumati dal correre su terreni impervi, l’aria derelitta che ho visto solo in cani molto molto sofferenti, mi sono chiesta se facessi loro un favore a restituirli a padroni capaci di ridurli così. Domanda che ho continuato a pormi ogni volta che aspettavo l’arrivo dei padroni, porgendo una ciotola d’acqua a quei cani acciambellati su sé stessi, inermi, privi persino della forza per bere, impauriti pure da me che di solito con i cani ho un feeling di cui io stessa mi stupisco, rassegnati come se per loro la vita non avesse più nessuna attrattiva. Chiusi in sé stessi, rattrappiti in un guscio di sofferenza che noi umani non potremo mai penetrare e capire.
Domanda che mi sono posta di nuovo ogni volta all’arrivo dei padroni, vedendo quei cani immobili persino nella coda (qual è quella coda che non si mette in moto all’arrivo dell’amato padrone? Quella di un cane ormai svuotato di tutto, nella pancia, nella testa e nel cuore) acciambellarsi ancora di più su sé stessi, come a volersi rendere invisibili nella speranza di scampare a un castigo. Domanda che mi sono posta per l’ennesima volta vedendo i padroni prenderli per la collottola e sbatterli nel gabbione del pick up con la stessa indifferenza, o addirittura disgusto, di chi raccoglie un fazzoletto sporco e lo butta nel cestino dei rifiuti. Domanda che mi sono posta, in particolare, sentendo uno di loro sibilare tra i denti mentre risaliva in macchina: “Questa me la paghi: due giorni di digiuno.”

Domanda che, invece, non si fanno più nei rifugi quando recuperano un cane preso a fucilate dal padrone cacciatore solo perché non è stato abbastanza veloce a bloccare la lepre che scappava o il cinghiale che difendeva la prole, o un cane magro da far paura perché una volta che “non è più buono a cacciare” diventa solo una bocca da sfamare e allora meglio sfamare un nuovo cane, allevarlo nello stesso modo, fargli credere che inseguire una preda sia l’unica cosa che conti nella vita, e poi mollarlo al suo destino una volta diventato un arnese inservibile, né più né meno di un cacciavite che si spunta o un fucile che si inceppa e non è più riparabile. Così come i cani da pastore, anche i cani da caccia sono considerati e trattati alla stregua di strumenti da lavoro, attrezzi che quando si guastano si buttano via.
Non se la fanno più la domanda, nei rifugi, perché sanno che anche se lo restituissero al suo padrone (ammesso di riuscire a rintracciarlo, perché prima di abbandonarli al loro destino fanno in modo che non sia possibile risalire a loro, e se anche li rintracci ti dicono chiaro e tondo che un cane male in arnese non possono permettersi di mantenerlo) quel cane andrebbe incontro a una vita infame o una fine impietosa.
Provate a chiedere a Cosetta, la fondatrice del rifugio Fratelli Minori di Olbia, quanti cani da caccia ridotti in fin di vita o per ferite, o per abbandono, o per essere finiti sotto una macchina (che spesso è conseguenza dell’abbandono), le capita di dover salvare ogni anno, e quante cucciolate intere, di sei o anche otto cani, strappate alle madri con le mammelle ancora piene di latte e abbandonate al loro destino. Cucciolini non ancora svezzati, destinati a morire, che richiedono di essere allattati ogni 3 ore, giorno e notte, per settimane.
La caccia è questa, è atrocità, è egoismo. Non è quella “nobile arte” che vogliono farci credere, quel “riequilibrio” della fauna che, a sentire i cacciatori, se non ci fossero loro sarebbe alla catastrofe. La caccia è sopruso, è abuso, è impostura di far passare un omicidio per una cosa buona e giusta, e utile; è presunzione di essere i padroni del Creato e poterne disporre a proprio piacimento, con tutto ciò che contiene.

Non so se sapete come sono tenuti tanti cani da caccia: in gabbie anguste, senza uscire per tutta la settimana, così poi si scatenano il sabato e la domenica. Per giustificare come mai i suoi cani fossero sempre chiusi in gabbia, tempo fa un cacciatore mi spiegò: «Così quando li porto a caccia rendono di più, perché han voglia di correre.» E chi dubita che abbiano voglia di correre, dopo essere stati segregati per giorni in una specie di pollaio?
Con i cacciatori è difficile avere un dialogo. È quasi più facile confrontarsi civilmente tra carnivori e vegetariani. Forse perché, a molti di loro, se gli togli la caccia gli togli tutto. Gli resta il vuoto, un vuoto soprattutto culturale. Un vuoto che altri colmerebbero con la lettura, lo studio, praticando uno sport (checché se ne dica la caccia NON è uno sport), viaggiando, imparando, allargando i propri orizzonti. Ma loro no. In mente hanno solo la caccia.
Sto dicendo che i cacciatori sono ignoranti? Non tutti, per carità, ma come definireste persone che non fanno sterilizzare i propri cani per timore che… rendano meno a caccia e accettano che le loro cagne sfornino dai sei agli otto (a volte anche dieci) cuccioli almeno una volta l’anno, per poi abbandonarli o trucidarli?
Se i canili non fossero pieni di cani da caccia e da pastore si potrebbero usare quelle risorse, ad esempio, per aiutare le persone. Noi stessi, che col Fondo Amici di Paco aiutiamo decine di rifugi in tutta Italia, potremmo destinare quegli aiuti ai bambini bisognosi. Come ci chiedono coloro che ci criticano perché aiutiamo gli animali e non gli esseri umani, quando loro non fanno nulla né per gli uni né per gli altri.

Ti dicono che i cani da caccia… amano la caccia. Quindi non portarceli sarebbe una crudeltà, una scelta contro natura.
Non è vero. I cani amano quello che gli facciamo fare pur di stare con noi e assecondarci. Qualunque cosa. Basterebbe non addestrarli alla caccia e sarebbero felici lo stesso. Stesso discorso vale per i cani creati per il combattimento, come ad esempio i Bulldog, ormai diventati animali da compagnia. Qualcuno forse pensa che dovremmo farli scendere dal divano e farli combattere per renderli felici?
Ho vissuto per 15 anni con un Segugino adottato ai Fratelli Minori di Olbia dove, insieme ai suoi fratellini, era stato abbandonato la vigilia di Natale in un sacco buttato davanti al cancello del rifugio. Avevano un mese, e chissà la loro mamma come li cercava. Come loro cercavano lei, visto che con le labbra ancora fatte di latte di colpo si erano ritrovati chiusi in un sacco e poi in una gabbia.
Tommi era un cagnolino con l’argento vivo addosso. Per prenderlo in giro, mio marito diceva che aveva solo tre neuroni, e uno di questi era programmato per la caccia al cinghiale. Pur avendo chiaramente nel sangue l’istinto a cacciare, Tommi non è mai andato a caccia. Era infelice per questo? Per niente. Tommi era un folletto felice, il cane più allegro e solare del mondo. A lui bastava stare con noi, andare a spasso, correre in spiaggia prima con Joy e poi con Leo e condividere la cuccia con loro. Erano legatissimi. Tanto che quando Leo ci ha lasciati, piano piano lui ha incominciato a lasciarsi andare, finché un giorno ha deciso di raggiungerlo per tornare a correre insieme sulle spiagge celesti.
Non è vero che i cani da caccia devono andare a caccia. È solo una scusa, anzi una panzana inventata dall’unico essere vivente che ammazza altri esseri viventi per “sport”, per divertimento.

Situata tra le colline dell’alto Maceratese terminano sull’Appennino, in un ambiente incontaminato, ricco di storia, arte e cultura, a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, l’Azienda Agrituristico Venatoria xxx, rappresenta una vera e propria sfida per i cacciatori, che possono mettere alla prova le proprie capacità nell’ars venandi su un territorio estremamente diversificato che va dai 500 ai 1200 m.s.l.m. dove la selvaggina va “stanata” con degli ottimi ausiliari e non è sicuramente di facile abbattimento.
Su una superficie di più di 5.000 ettari, suddivisa in 25 zone, si possono cacciare fagiani, starne, quaglie e coturnici. Inoltre, nell’ambito di un recinto di circa 23 ettari, si possono addestrare i cani per la caccia al cinghiale e alla lepre. La stagione di caccia va da settembre a gennaio e si può cacciare sia “sul lanciato” (alla francese) che “sull’abbattuto”. Per quest’ultimo tipo di caccia l’Azienda dispone di alcune zone riservate, messe a rotazione per consentire alla selvaggina di ambientarsi al territorio per poter sfuggire con maggior facilità ai cacciatori. La riserva dispone anche di guide e cani addestrati a disposizione dei propri clienti. Nelle vicinanze sono presenti diverse strutture ricettive dove è possibile soggiornare e degustare i numerosi prodotti tipici della zona. La caccia da altana a daino, cervo, muflone è esercitata in un’area recintata di circa 100 ettari. A Valle di Fiordimonte si effettua anche la caccia in battuta al cinghiale realizzata in recinto boschivo con dieci altane.
Durante la stagione venatoria è possibile cacciare come da calendario regionale e con permessi giornalieri, selvaggina naturale quale la beccaccia, nei nostri boschi costituiti da faggi querce e carpini. Al termine della stagione venatoria vengono attivati campi di addestramento cani, con e senza sparo.

Il testo che avete appena letto l’ho scaricato da Turismo venatorio, uno dei tanti siti online dedicati alla caccia (già il nome la dice lunga, basti dire che lo slogan con cui si presentano è: “Quando la caccia chiama ……Turismo Venatorio risponde. Ti aiutiamo a scegliere la tua esperienza venatoria … la migliore di sempre!!!”). Qui sono elencate le riserve di caccia dove, pagando, si può sparare a fagiani, quaglie, lepri, cinghiali, e anche a daini, cervi e mufloni. Una di queste riserve, lo avete letto, viene decantata come “una vera e propria sfida per i cacciatori, che possono mettere alla prova le proprie capacità nell’ars venandi su un territorio estremamente diversificato che va dai 500 ai 1200 m.s.l.m. dove la selvaggina va “stanata” con degli ottimi ausiliari e non è sicuramente di facile abbattimento.
Notate la finezza di definire la caccia “ars venandi”, che fa molto più fine e la fa sembrare anche un attimino meno cruenta. Ma quello che mi fa più… orrore, sì, è la parola giusta, è che se io e credo molti di voi abbiamo la fortuna di incrociare un daino, un cervo, ma anche una più comune lepre, ci fermiamo incantati, in religioso silenzio, come davanti a un’apparizione celeste. E, anziché il grilletto di un fucile, tutt’al più ci viene in mente di premere il pulsante della macchina fotografica. E dopo ci portiamo a casa il “trofeo” fotografico, mentre quelli si portano le misere spoglie di un animale che viveva libero nella natura e contribuiva a fare la natura più bella, anche per noi.

C’è invece chi ammanta la caccia, anzi, mi correggo, l’ars venandi, di poesia, magia, fascino, facendo ricorso a una retorica stucchevole e, se non fosse che si ammazzano degli esseri viventi, ridicola.
Volete un’altra chicca, dallo stesso sito? Eccola:

L’azienda Agro Turistico Venatoria xxx è una delle realtà più significative del Piemonte per la sua peculiarità di poter far vivere la caccia, rivivendo le emozioni del passato, secondo il ritmo delle stagioni. Il suo territorio, dolcemente ondulato, alterna boschi, ove sotto la ferma del cane si può assistere al frullo di un fagiano o di una beccaccia o al suo limitare all’involo di una velocissima pernice rossa, a stoppie e praterie aperte ove il cane sarà tenacemente impegnato dalla brigata di starne. La presenza di colture specificatamente seminate per il supporto alimentare della selvaggina, rende la caccia ed il lavoro del cane ancor più affascinante. Nel calpestare il territorio di Tenuta xxx, il cacciatore ha anche l’opportunità di incontrare la lepre. Siamo in un paradiso venatorio ove il vero cacciatore, accompagnato da cani all’altezza si cimenterà con selvaggina dalle grandi capacità elusive. Per ottenere selvaggina con queste eccellenti caratteristiche Tenuta xxx ha strutturato una voliera a cielo aperto di 30 ettari posta proprio al centro del territorio aziendale che irradia con continuità gli animali verso il resto dell’azienda. Con questa tipologia di selvaggina l’azienda può dar seguito alla sua filosofia: “Abbattere un capo dopo un incontro casuale e fortuito è caccia; abbatterlo dopo che il cane l’ha cacciato secondo i canoni dell’etica cinegetica è arte venatoria“.
Ma Tenuta xxxx non è solo piccola selvaggina. Anche gli appassionati di caccia agli ungulati possono trovare in azienda la loro soddisfazione scegliendo prede tra daini, caprioli e cinghiali. Nella Riserva di caccia è anche possibile esercitare una delle attività venatorie dalle più antiche origini: la caccia con il falco che di concerto con falconiere e cane riesce a rinnovare le più grandi emozioni rievocando la nostra storia.

Che cosa ne dite? Con una presentazione così idilliaca non vi vien voglia di imbracciare il fucile e addentrarvi nella magica atmosfera di questo “paradiso venatorio ove il vero cacciatore, accompagnato da cani all’altezza si cimenterà con selvaggina dalle grandi capacità elusive” e, ancora, non vi vien voglia di “abbattere un capo” (che, ci permettiamo di ricordare, è un essere vivente) “dopo che il cane l’ha cacciato secondo i canoni dell’etica cinegetica”? Non vi attira? E non vi sconfinfera almeno un po’ l’idea di cacciare col falco per “rinnovare le più grandi emozioni rievocando la nostra storia”?
Ditelo, su, che un po’ di voglia vi è venuta.

Tornando ai due cani recuperati dai Vigili del Fuoco sui monti molisani, a 1400 metri d’altitudine, mi stupisce che, setacciando le notizie in rete, non sia emerso in nessun articolo dei tanti che ho trovato che erano cani da caccia persi inseguendo una preda. Sennò cosa ci facevano lassù, in mezzo alla neve, sull’orlo di uno strapiombo? Ma non si può dire, come non si può più dire quando un extracomunitaro uccide o ferisce o stupra un cittadino italiano: non si può dire che era, appunto, un extracomunitario.
Non si può dire che uno stuolo di Vigili del Fuoco è dovuto salire a 1400 metri in mezzo alla neve per recuperare due cani persi durante una battuta di caccia, perché le lobby dei cacciatori sono potenti (pur essendo i cacciatori poco più di 4 gatti) e sono ben rappresentate politicamente in tutti i partiti, per i quali rappresentano un buon bacino di voti (considerando anche l’indotto). Addirittura adesso sono ancora più rappresentati grazie al nuovo ministro dell’Agricoltura, a sua volta fervente cacciatore e parente e amico dei cacciatori. Uno che, prima delle elezioni del 25 settembre, si esprimeva così a proposito della caccia (v. video):

“Un’attività nobile alla quale da sempre la mia famiglia è legata, che ha visto i miei avi, mio nonno e mio padre essere cacciatori veri. Io sono un pagatore di licenza, uno di quelli che contribuiscono, come tanti di voi, alla gestione del sistema, all’implementazione del ripopolamento faunistico”.

Così parlò Lollobrigida (Francesco, attuale Ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste). E così, grazie al “nobile sport” della caccia, o più elegantemente “ars venandi”, i Vigili del Fuoco di Isernia hanno affrontato seri pericoli per recuperare due cani e noi contribuenti ci troveremo a pagare anche per questa operazione, come per tutte le altre in cui i Vigili del Fuoco devono accorrere in aiuto a cacciatori e cani da caccia in pericolo.
Come in quest’altro caso, per esempio: Cani e cacciatori bloccati da un torrente in piena, salvati dai Vigili del fuoco.
O questo: Cane da seguita precipita durante la caccia. Recuperato con l’elicottero dai Vigili del Fuoco  (l’articolo spiega che “L’animale stava inseguendo un capriolo quando è precipitato finendo su un pianoro lungo una ripida parete”).
Basta lanciare sui motori di ricerca la frase “cane salvato dai vigili del fuoco” e vedrete quanti cani da caccia (e cacciatori)… cacciatisi nei guai hanno richiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco, con dispiego di mezzi e soldi sottratti ad altri usi più utili per la collettività.
Ma guai a far notare che, se restavano a casa, non succedeva e non c’era bisogno di mettere in piedi nessuna costosa e pericolosa operazione di recupero. Non si può dire, per non pestare i piedi alla lobby della caccia.

«Non tutti apprezzano la fortuna di poter vivere in armonia con gli animali e, soprattutto, di imparare da loro il rispetto e l’equilibro. Poveri quelli che, invece di fermarsi a guardare un uccellino che cinguetta e rimbalza da un ramo all’altro, o una lepre che fa capolino in mezzo all’erba per annusare l’aria, imbracciano il fucile e sparano, privando non solo loro della vita, ma privando sé stessi della propria umanità e della possibilità di godere dei tesori della natura, e il mondo di un essere che aveva tutto il diritto di farne parte.»

Chi l’ha detto? Io, e scusate l’autocitazione.

Diana Lanciotti

 

P.S. Nelle foto qui sotto alcuni dei tantissimi cani da caccia o cuccioli nati da cani da caccia che affollano il rifugio Fratelli Minori di Olbia, che ogni anno sottrae alla morte migliaia di cani, in prevalenza da caccia o da pastore.

 

 

Lettera da una cacciatrice

HO VISTO UNA LEPRE FUGGIRE…

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