I nostri migliori amici

Animalismo artificiale

Cara Diana,

ogni giorno sui social o nella casella di posta leggo appelli sempre più strazianti delle associazioni che trovano cani e gatti abbandonati per strada e mio marito quando mi vede con le lacrime agli occhi mi dice che devo smettere per il mio bene perché sono troppo sensibile. Una sera, vedendomi particolarmente sconvolta, si è seduto accanto a me e ha incominciato a leggerne qualcuno. All’inizio l’ho visto trasfigurarsi. Continuava a ripetere “non è possibile… non è possibile che ci sia qualcuno che odia tanto gli animali”. Poi dopo averne letti e commentati una decina, mi ha preso il tablet di mano e si è messo di fronte a me.

“Carla, ti stai facendo del male a leggere queste cose. Cose che, te l’assicuro, e se vuoi te lo dimostro, sono scritte apposta per farti star male e convincerti, o dovrei dire obbligarti, a fare una donazione. Per favore, smetti di leggere queste cose e ne riparliamo domani.”

Lì per lì mi sono arrabbiata, ma il giorno dopo mi ha messo davanti il suo pc portatile e mi ha mostrato una decina di appelli ancora più strazianti di quelli che leggo di solito.

“Terribili, vero? Sono scritti con l’intelligenza artificiale. Hai capito il giochino? Questi signori che magari, e non è colpa loro, non sono tutti dei Dante Alighieri o degli Alessandro Manzoni, per impietosire il pubblico dalla lacrima facile usano l’intelligenza artificiale. È questo il motivo per cui, come mi dicevi, da un anno leggi storie terribili. E pensi che il mondo sia peggiorato, che tutti siano sempre pronti a far del male agli animali. Ma per fortuna “loro” hanno trovato te, con la tua grande sensibilità, che sei disposta a fare donazioni sempre più cospicue. Hai capito il gioco? Questi ti stanno usando.”

Mio marito è tecnico informatico e se ne intende. Dopo la rabbia iniziale contro di lui che ha fatto cadere il velo, e contro di “loro” che mi stavano portando a uno stato semidepressivo caricandomi sulle spalle i problemi di tutti quei poveri animali, ho incominciato a guardare le cose con occhi diversi. Mi sono pure ricordata di un articolo e forse anche una campagna che avevo visto proprio su Amici di Paco dove spiegavi la differenza tra realtà virtuale e realtà…. vera. Ora io non ho smesso di aiutare i rifugi però non mi lascio più coinvolgere fino a star male perché ho capito il trucco che usano.

Quello che non smetterò mai di fare è aiutare il Fondo Amici di Paco, dove non ho mai letto appelli come quelli che mi stavano levando il sonno e la pace.
Con affetto,

Carla

 

Cara Carla,

posso immaginare il tuo sconcerto e quello di tuo marito nello scoprire certi trucchetti sempre più diffusi nel mondo del no profit, e non solo animalista. Solo che nel mondo animalista è forse più facile indulgere a toni tragici per non dire truculenti, ricorrendo a immagini come quelle che mi hai descritto ma ho evitato di pubblicare. Descrivere nei particolari, i più cruenti, un cane o un gatto vittime di sevizie o di un incidente, arrivare a mostrarne le foto, è molto più sconvolgente, in molti casi, che parlare di bambini denutriti o affetti da patologie rare. Un tempo in pubblicità c’era un tabù: la sofferenza non andava mostrata. Tutt’al più la si lasciava intuire. Ma allora la comunicazione era nelle mani di chi ne sapeva, di chi aveva studiato, di chi aveva grandi competenze. Ti faccio un nome per tutti: Gavino Sanna, uno dei guru della pubblicità, quello che ha inventato il Mulino Bianco. Un mondo idilliaco, certo, che però faceva sognare e… comprare. Ora, con l’avvento dei social, di tutti questi influencer che… influenzano non si sa bene in base a quali doti o capacità e, ancora di più negli ultimi tempi, con l’uso purtroppo incontrollato dell’Intelligenza Artificiale, le leve della pubblicità sono nelle mani di tutti, anche di chi purtroppo ne fa cattivo o comunque scorretto uso.

Per quanto riguarda gli appelli animalisti da cui tutti siamo quotidianamente sommersi, non dobbiamo fare l’errore di pensare che il ricorso all’AI significhi che si tratta di storie inventate. Semplicemente, chi li “commissiona” all’AI non ha voglia di scrivere neanche due righe per parlare di Pluto salvato dalla strada o di Fuffi abbandonato in piena campagna, ma sente il bisogno di girare il coltello in una piaga che in realtà, nel cuore dei benefattori, è già aperta.

Quindi che senso ha infierire? Forse mancano il senso della misura, la “decenza”, la sicurezza di sé e delle grandissime cose che queste persone innegabilmente fanno. Cose talmente grandi che per raccontarle non ci sarebbe bisogno di nessun artificio retorico. Forse temono di non essere sufficientemente visibili, non sufficientemente “appetibili” e perciò giù a calcare la mano, a caricare la dose. Senza pensare che dall’altra parte ci sono già abbastanza cuori compassionevoli che non hanno bisogno di questi pugni nello stomaco per aiutare chi ne ha, e questo è il centro di tutto, veramente bisogno. Con la sovrabbondanza di melassa si finisce per diventare stomachevoli e creare un senso di rifiuto anche da parte dei più disposti ad aiutare, ma che a volte si sentono manipolati.

Grazie, Carla, per avermi dato modo di riflettere su questo fenomeno che speriamo sia solo passeggero ma che comunque va monitorato.

Un abbraccio

Diana

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