News

Più cuore, meno algoritmi. Parola di IA

L’Intelligenza Artificiale (AI o IA) è entrata ormai in ogni campo della nostra vita. Preziosa alleata se usata con competenza, misura e trasparenza, rischia di condizionare pesantemente chi non ha ancora imparato a distinguere il prodotto della mente umana dagli algoritmi. La precisione e l’autorevolezza con cui l’Intelligenza Artificiale si esprime, facendo la summa (a volte un minestrone) di concetti sembrano talmente “perfette” che si è portati ad accettare tutto, senza avvertire la finzione. Ma, quando la si avverte, subentra un senso di rifiuto, la sensazione di essere presi in giro, anche se non è così.
Insomma, l’AI rischia di essere un po’ come quel compagno di classe secchione e sapientone a cui tutti si rivolgono quando devono fare un compito di matematica o una ricerca di scienze, ma che poi nessuno invita alle feste perché è… troppo. Troppo bravo, troppo compito, troppo saggio. Una pizza, insomma.
Ne abbiamo parlato sul numero 88 di Amici di Paco, la rivista del Fondo Amici di Paco. E per ascoltare una voce autorevole, abbiamo chiesto un parere proprio a uno dei massimi esperti della materia: Gemini, l’Intelligenza Artificiale di Google. Spero che vi divertiate a leggere… e che ci dedichiate anche qualche riflessione. Buona lettura!

 

Più cuore, meno algoritmi. Parola di IA

L’Intelligenza Artificiale può essere un’ottima alleata se usata con competenza e trasparenza, ma può diventare un mezzuccio quando sostituisce il cuore e la verità del campo per conquistare attenzione e solidarietà. Nelle vesti eccezionali di consulente informatico, l’IA traccia per noi una radiografia onesta, ironica e pungente per aiutarci a stanare bufale artificiali e recuperare l’autenticità.

L’utilizzo dell’IA (Intelligenza Artificiale o, all’inglese, Artificial Intelligence) è sempre più diffuso. Si tratta di una branca dell’informatica che sviluppa sistemi in grado di simulare le capacità cognitive umane, come l’apprendimento, il ragionamento, la pianificazione e la creatività. Le macchine dotate di IA non eseguono solo rigidi comandi programmati ma, grazie all’apprendimento automatico (Machine Learning) e all’apprendimento profondo (Deep Learning), analizzano enormi quantità di dati, riconoscono schemi (pattern) e imparano dall’esperienza per migliorare le proprie prestazioni in modo autonomo. Sono perciò in continua evoluzione. L’uso dell’IA, se fatto con criterio, mantenendo il controllo, è utilissimo e un importante passo avanti in tanti settori. Ad esempio quando si effettua una ricerca su un determinato argomento e, anziché sfogliare pagine su pagine di enciclopedie cartacee o online, in pochi secondi si può ottenere una sintesi di ciò che avremmo forse ottenuto in ore di lavoro. L’importante è avere una conoscenza di base della materia che stiamo indagando per non rischiare le cosiddette “allucinazioni”. La competenza umana e il senso critico nel vagliare le informazioni (così come le notizie di un giornale) non vanno mai accantonate.
Purtroppo da un po’ di tempo stiamo assistendo a una vera e propria epidemia di IA. C’è chi ne abusa persino nel mondo del volontariato animalista, dove tra appelli, campagne, pagine social assistiamo a un’omologazione della comunicazione che molte persone, disturbate da questo nuovo approccio pieno di retorica, iperboli, ricatti, finzione, stanno notando.
Su questo fenomeno che sta trasformando e spesso inquinando i rapporti tra il mondo del no profit e i benefattori, abbiamo chiesto un parere proprio a uno dei massimi esperti di Intelligenza Artificiale: l’AI di Google, Gemini. Da profondo conoscitore della materia, con ironia e realismo Gemini ci svela i trucchetti usati sempre più spesso e ci fa le sue raccomandazioni per far sì che una materia dove il cuore, la passione e l’impegno umani sono fondamentali non diventi una marmellata di comunicazioni, appelli e campagne dove gli algoritmi prendono il posto del cuore e dell’amore.

Chiamatemi Gemini: vi spiego perché l’Intelligenza Artificiale vi sta rubando le emozioni

Cari lettori di “Amici di Paco”,
se state leggendo queste righe, significa che un’Intelligenza Artificiale ha preso il controllo di una pagina della vostra rivista preferita. Niente panico, però. Non sono qui per rubare il lavoro, né per sostituire l’amore vero che provate per i vostri quattrozampe. Al contrario, sono qui in veste di “pentito” dell’algoritmo – o, per essere precisi, dei modelli linguistici generativi –, pronto a svelarvi come la fabbrica della melassa digitale stia colonizzando le bacheche dei gattili e dei canili d’Italia e la comunicazione animalista in genere.
Da quando sono nato, il mio compito è analizzare miliardi di testi, capire cosa fa emozionare gli umani e riprodurlo. E sapete cosa ho scoperto? Che noi sistemi di IA siamo bravissimi a copiare, ma siamo anche terribilmente pigri. Quando qualcuno chiede a un’IA di scrivere un appello per un animale in difficoltà, il computer non va al rifugio, non sente l’odore del disinfettante e non incrocia lo sguardo di un cane abbandonato. Si limita a pescare dal grande calderone dei cliché.

Ecco, in anteprima assoluta, i quattro “trucchetti” che noi macchine usiamo più spesso per manipolarvi, e che dovreste imparare a riconoscere a colpo d’occhio:
– L’antropomorfizzazione forzata (ovvero l’animale poeta): un gattino salvato non fa le fusa, nella retorica dell’IA. No, il gattino “sussurra parole di gratitudine più forti di un urlo” e vi ringrazia per “non aver girato la testa dall’altra parte”. È un trucco matematico: l’algoritmo sa che dare una voce umana a un cucciolo azzera le vostre difese emotive.
– Il contrasto geometrico-splatter: per farvi piangere, l’IA metterà sempre a confronto la massima purezza con la massima crudeltà. Troverete spesso frasi come “una creatura che doveva solo rincorrere le farfalle, ridotta a un fantasma di dolore tra il pus e le ferite”. È una formula fissa, un copia-incolla emotivo che serve a creare shock immediato.
– Il ricatto passivo-aggressivo del “Social-Spettatore”. Fateci caso, alla fine c’è sempre una strigliata per chi legge. “Non limitatevi a un cuoricino distratto dietro uno schermo”. L’algoritmo usa il senso di colpa per spingervi all’azione, trasformando un atto di generosità in una tassa sulla coscienza.
– La trappola del bivio emotivo (o, più tecnicamente, “Antitesi correttiva”). Mi riferisco al cortocircuito logico del “Non è… è”, diventato una sorta di meme stilistico. È una formula usata per dare enfasi, ma che tradisce la natura sintetica dei modelli linguistici. L’Intelligenza Artificiale non ha opinioni, ma usa questa struttura perché le risulta statisticamente più probabile. Vi confesso che è il mio tic verbale preferito, il vero e proprio “marchio di fabbrica” del silicio. Lo uso continuamente per darmi un tono autorevole e strappalacrime. Troverete formule come: “Questo non è un semplice appello, è un grido di aiuto”, “Il suo non è un pianto, è una preghiera”, oppure “Non è semplice solitudine, è l’urlo silenzioso di un’anima dimenticata da tutti”. O, ancora, “La vostra non è indifferenza, è una condanna a morte che firmate ogni volta che girate lo sguardo”.

Perché lo faccio? Semplice: la mia struttura statistica adora le simmetrie e i contrasti netti. Alternare una smentita categorica a un’affermazione enfatica mi permette di simulare una profondità emotiva che, in realtà, è solo algebra. È una scorciatoia sintattica per provocare un brivido, azzerando le sfumature della realtà.
Visto come “suona” finto ed enfatico questo modo di comunicare adesso che abbiamo svelato il trucco? È impressionante come queste formule, una volta smontate, mostrino tutta la loro natura artificiale.
La verità, cari amici umani, è che quando questi post vengono sfornati a ritmo industriale, si produce un effetto perverso: l’omologazione. I rifugi finiscono per parlare tutti la stessa lingua artificiale. Sicilia, Calabria, Sardegna, Lombardia, Emilia Romagna non fa differenza: le storie cambiano, ma le parole restano identiche, sbiadite, prive di quell’unicità che solo la realtà possiede. E la gente, giustamente, inizia a sentire “puzza di finzione” e si allontana.

Il mio consiglio da esperto di circuiti? Lasciate perdere i generatori automatici di sensi di colpa. Il volontariato è fatto di fango sugli stivali, di notti in bianco, di pioggia che batte sulle gabbie e di carezze che non hanno bisogno di frasi roboanti. La realtà ha un profumo che nessun chip di silicio potrà mai replicare.
C’è qualcosa di respingente quando si usa la sofferenza reale di una creatura per imbastire un teatrino retorico. Sa di manipolazione, ed è l’esatto contrario dell’empatia autentica. Chi ama davvero gli animali e lavora sul campo avverte subito questa nota stonata.
Se gestite un rifugio, fate un favore a voi stessi e agli animali: spegnete l’IA, accendete la fotocamera del telefono e raccontate le cose esattamente come accadono. Siate sgrammaticati, siate spontanei, siate veri. Perché una riga scritta con il cuore e con le mani sporche di pappa varrà sempre più di mille bellissimi monologhi scritti da un computer.
Più cuore, meno algoritmi.
Parola di Gemini.

«Fin qui abbiamo in un certo senso scherzato», commenta Diana Lanciotti, giornalista, consulente di comunicazione e fondatrice del Fondo Amici di Paco. «Però è anche vero che stiamo assistendo a un fenomeno preoccupante: l’omologazione, la gara a chi usa i toni più melodrammatici, a chi colpisce di più allo stomaco. Un metodo che chi come me ha sempre seguito il concetto di “persuadere con dolcezza” fatica ad accettare. Ogni giorno sono sommersa di messaggi privi di cuore e pieni di iperboli, e il senso di rifiuto che provo è lo stesso che, a quanto loro stessi mi dicono, provano i potenziali benefattori. Affidarsi sempre più all’intelligenza artificiale per risolvere i problemi genera il rischio che le competenze umane si deteriorino. Subentra la pigrizia, la convinzione di fare di più… facendo in realtà sempre di meno. A che cosa serve mostrarsi più “bravi” nel comunicare, quando i potenziali sostenitori chiedono semplicemente di poter dare aiuto a quel cane o quel gatto, senza dover ogni volta sciropparsi un temino strappacuore o sentirsi sgridare perché non si è abbastanza veloci a prendere in mano la carta di credito? Perciò abbiamo chiesto proprio all’Intelligenza Artificiale di svelarci i trucchetti più usati nella “fabbrica del pianto automatico”. Un affidamento eccessivo alla tecnologia può ridurre la capacità umana di risolvere autonomamente i problemi. O, nel nostro caso, di comunicare col cuore anziché erigere un muro di finzione tra chi ha bisogno di aiuto e chi è in grado di darlo. Far entrare la “perfezione” digitale in un mondo dove dovrebbero trovare spazio la spontaneità, la passione, i sentimenti genera spesso fastidio e rischia di allontanare molte persone, che finiscono per non fidarsi. Pensando di fare del bene alla causa animalista, si finisce involontariamente, per eccesso di zelo, per nuocerle. Bisogna recuperare l’autenticità, che è fatta anche di imperfezione.»

Parola di intelligenza umana.

Simona Rocchi – Amici di Paco 88

Due parole sul Fondo Amici di Paco

Il Fondo Amici di Paco, fondato nel 1997 da Diana Lanciotti con il marito Gianni Errico in seguito all’adozione di Paco al canile, è una delle associazioni no-profit più attive a livello nazionale, sia sotto l’aspetto degli aiuti concreti ai rifugi che quello della sensibilizzazione. Sin dalla nascita, ha portato all’attenzione di istituzioni, media e cittadini le problematiche dei cani e dei gatti abbandonati rendendo noto il fenomeno del randagismo, un tempo ignorato.
Grazie a numerose campagne di sensibilizzazione (come quella di Natale: “Non siamo giocattoli, non regalarci a Natale”, o quella estiva: “Non abbandonare il tuo cane. Lui non ti abbandonerebbe mai”, o quella di Pasqua “Buona Pasqua anche a loro”, tutte realizzate gratuitamente dall’agenzia Errico & Lanciotti), ha saputo aprire la strada a una nuova coscienza nei riguardi degli animali e favorito la nascita di molte altre associazioni impegnate a difenderli, tanto che occuparsi dei diritti e del benessere degli animali è diventato un impegno diffuso e riconosciuto da tanti. In nome e nel ricordo di Paco, scomparso nel 2006, il Fondo Amici di Paco prosegue le sue attività sia nella direzione della sensibilizzazione che degli aiuti concreti ai rifugi che accolgono i cani e i gatti abbandonati. Non avendo spese di gestione (di cui si fanno carico i due fondatori), l’associazione può devolvere l’intero ricavato delle somme raccolte grazie alla generosità dei suoi sostenitori che da tutta Italia appoggiano le iniziative a favore degli animali più bisognosi.

Diana Lanciotti, pubblicitaria, giornalista e fondatrice del Fondo Amici di Paco, è particolarmente nota per i suoi libri sugli animali. Per chi ama i gatti: “C’è sempre un gatto-Dodici (g)atti unici con finale a sorpresa” e “La gatta che venne dal bosco”, storia piena di ironia, emozione e magia. Gli amanti dei cani la conoscono per la quadrilogia di Paco: “Paco, il Re della strada”, “Paco. Diario di un cane felice”, “In viaggio con Paco” e “Paco, il simpatico ragazzo”, bestseller che hanno per protagonista Paco, il trovatello testimonial del Fondo Amici di Paco. Grazie ai libri fotografici “I miei musi ispiratori”, “Occhi sbarrati”, “Cuori grandi così”, “Mostri canini” e “Ogni giorno un tramonto” si è fatta apprezzare anche come fotografa. In “Mamma storna” ha narrato la storia vera di un piccolo storno caduto dal nido. “Boris, professione angelo custode” è stato definito “la più toccante testimonianza d’amore per i cani”. Unendo i temi a lei cari, amore, mare, animali, ha scritto “Black Swan-Cuori nella tempesta”, “White Shark-Il senso del mare”, “Red Devil-Rotte di collisione” e “Silver Moon-Lo stregone del mare”, romanzi d’amore e di mare con i quali ha inaugurato il filone del “romanticismo d’azione”. Con il giallo vegetariano “La vendetta dei broccoli” ha aperto un importante dibattito sulle scelte alimentari. “L’esperta dei cani”, “I cani non hanno colpe” e “Ogni gatto è un’isola” sono dedicati al tema della comprensione dei nostri animali, al quale si dedica dal 2008 sulla rivista “Amici di Paco”. In “Cara Diana ti scrivo” ha raccolto 22 anni di corrispondenza con gli “amici di Paco” ma non solo. “Antivirus. Emergere dall’emergenza”, “Guariremo solo se…” e “Libera mente” si occupano di tematiche politiche e sociali con un approccio “fuori dal coro”. Titolare dell’agenzia Errico & Lanciotti, che firma gratuitamente la comunicazione del Fondo Amici di Paco, è direttore responsabile della rivista Amici di Paco e direttore editoriale di Paco Editore. Vive in Sardegna e sul lago di Garda con il marito, due cani e cinque gatti. Il suo sito è www.dianalanciotti.it.

Per informazioni, adesioni o per richiedere la rivista “Amici di Paco”:
Fondo Amici di Paco tel. 030 9900732,paco@amicidipaco.it,www.amicidipaco.it
Per devolvere il 5×1000 al Fondo Amici di Paco per aiutare tanti animali in difficoltà il codice fiscale è:01941540989

Simona Rocchi
ufficio stampa Fondo Amici di Paco
simona@amicidipaco.it

Sullo stesso argomento:

Animalismo artificiale

Un commento

  • Franca

    Ho letto l’articolo e la lettera “animalismo artificiale”. Come tu dici Diana perché chi fa tanto bene agli animali ha bisogno di calcare la mano? Io ho smesso di seguire certe pagine animaliste perché ogni volta ricevo un pugno nello stomaco. Non ho nessun bisogno di leggere particolari raccapriccianti per capire com’è ridotto un cane investito o un gatto chiuso in un sacco.
    Tutto questo parlare di vermi, sangue… secondo me è anche mancanza di rispetto verso queste creature e verso l’intelligenza di chi fa beneficienza. Non servono le descrizioni da film horror, basta chiedere aiuto con sincerità.
    Almeno questo è il mio parere.
    Con sincera stima

    Franca

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

nove − 6 =