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Monti affossa l’Italia

Un quattro a zero così (parlo dei gol inflitti ieri sera dalla Spagna alla nostra nazionale alla finale degli Europei di calcio 2012) non era neppure nelle più nere previsioni. Però non era nemmeno nelle previsioni che, per cavalcare la tigre del successo (come se in qualche modo spettasse a lui il merito della vittoria sulla Germania), Monti sarebbe andato a Kiev per assistere alla finale, nelle improbabili vesti di tifoso.


Non solo c’è andato (ed era meglio se stava a casa), ma non si è nemmeno degnato di cantare l’inno nazionale. Del resto mica è italiano, lui. Lui è di un altro pianeta. Il pianeta di Bancopoli, dominato dalla Banca Bassotti e i suoi seguaci. Cosa volete che ne sappia di calcio uno così? E poi vorrete mica che si abbassi a cantare un inno così nazionalpopolare come quello di Mameli? Lui, che ha studiato a Yale e frequenta (e serve?) il gotha della finanza internazionale…
E però, proprio lui, non ha perso occasione di farsi bello (si fa per dire) nelle interviste lecchine post partita, in cui Amedeo Goria con fare servile (ci mancava poco che gli si mettesse davanti in ginocchio) gli ha permesso di sciorinare con sobria tracotanza i presunti successi di un governo che a parole (sue e dei giornalisti asserviti) sta mietendo successi, ma che nei fatti sta mietendo solo vittime: aziende, imprenditori, artigiani, liberi professionisti e lavoratori dipendenti… praticamente ogni settore lavorativo, salvo le banche, sta andando a rotoli.
Eppure lui, con una spocchia che non ha pari, ieri sera si è permesso di dire che finalmente l’Italia ha acquisito una credibilità che non aveva, e che ci stiamo incamminando sulla strada buona. E i giornalisti a dargli spago, ad avallare le sue parole, a far credere che sia vero, quando invece tutti noi che viviamo nel mondo reale ogni giorno ci rendiamo conto che non sta funzionando niente, che l’economia è bloccata, che per salvare le banche questi filibustieri, che ne sanno solo di finanza e nulla di mondo del lavoro, ci stanno dissanguando.
Con ieri, comunque, è conclamato che quel che tocca Monti non si trasforma di certo in oro: da quando c’è lui l’Italia sta attraversando uno dei periodi più neri della sua storia (ci mancava anche il terremoto in Emilia), checché lui ne dica e si vanti all’estero abbiamo perso ogni credibilità, e persino la nazionale, che finché lui se n’è stato alla larga ha funzionato, ha fatto cilecca. In modo clamoroso e desolante.
C’è da dire che Monti si è dimostrato anche poco accorto nel voler andare a Kiev. Da persona completamente avulsa dalla realtà non pensava, non aveva calcolato che la nazionale italiana potesse perdere. Ha sentito dire, gli hanno detto che eravamo forti e lui ha pensato bene di mettere il cappello sulla vittoria dell’Italia, una vittoria che non c’è stata e che lui avrebbe millantato come propria: pensava, credeva, s’illudeva, che se l’Italia avesse vinto oggi lui sarebbe stato l’eroe nazionale. “Monti fa vincere l’Italia” avrebbero titolato i giornali.
E invece ha fatto la figura dello sprovveduto, di uno che credeva di farsi bello coi successi altrui. Gli è andata male, così come sta andando male tutto quello che fa. Male per noi, ovviamente, non di certo per lui.
Monti ha affossato l’Italia nazione e anche l’Italia nazionale (di calcio). Ce n’è abbastanza per mandarlo a casa.
Che cos’aspettiamo? Quanti danni deve fare ancora perché ci decidiamo a dargli il benservito?

Diana Lanciotti

 

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