Storia (triste) di un cane tanto amato
Gentile Diana Lanciotti,
ho scritto la storia vera del mio cane, una storia che per me rappresenta molto più del racconto della perdita di un animale.
Era un cane dolce, profondamente fiducioso verso gli esseri umani, ma con comportamenti e sensibilità che ancora oggi faccio fatica a spiegare. In un’occasione riuscì a farmi comprendere un pericolo prima che accadesse un incidente e, in molte altre situazioni, sembrava percepire ciò che stava accadendo prima ancora delle parole.
La parte più dolorosa della nostra storia è arrivata con la sua malattia. In quel periodo non avendo un automobile ho vissuto anche la difficoltà di trovare qualcuno disposto ad accompagnarlo al pronto soccorso. Ma con tutte le mie forze ci riuscii da sola. Ho incontrato persone che mi hanno negato aiuto, soprattutto parenti. Ho vissuto esperienze con alcuni veterinari che mi hanno lasciato profonde domande e dolore.
Non cerco principalmente un guadagno. Il mio solo desiderio è che il mio cane non venga dimenticato e che la sua storia possa rimanere nel tempo, perché credo sinceramente che sia stato fuori dal comune e che la sua storia abbia qualcosa da raccontare anche agli altri.
Ho scritto tutto questo rivivendo realmente quei momenti e mentre scrivevo piangevo e stavo male fisicamente, perché non stavo semplicemente ricordando ciò che era accaduto, ma lo rivivevo.
Ho già completato il manoscritto, e preparato il materiale necessario per presentare il progetto.
Mi ha colpito la vostra casa editrice, perché ha dedicato negli anni molta attenzione alle storie vere e ai legami profondi tra esseri umani e animali.
Grazie per l’attenzione e per il lavoro che fate per gli animali.
Anna
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Cara Anna,
capisco il suo dolore e la sua voglia di farne un racconto. La perdita di un compagno di vita a quattro zampe è un’esperienza straziante e il desiderio di rendergli omaggio, impedendo che il suo ricordo svanisca, è un ulteriore atto d’amore. Le sue parole esprimono il legame profondo che vi univa, la sua “caparbietà” nel non volersi arrendere, la sua frustrazione nel rapportarsi con persone per le quali una professione vale un’altra.
Le chiedo, però, se si è chiesta se la storia, come l’ha scritta, possa essere apprezzata da un lettore che non la conosca personalmente.
È una domanda brutale, scomoda, quasi impertinente, ma va fatta.
Spesso si scrive per noi stessi, ed è legittimo, addirittura salutare: è uno sfogo, un voler mettere su carta un dolore che è dentro di noi e che, trasformandolo in parole, cerchiamo in qualche modo di estirpare o perlomeno di affievolire. Magari condividendolo con altri. Ma è proprio questo il punto: siamo sicuri che, al di là delle persone che ci conoscono, ci amano, ci capiscono, ci sia qualcuno che abbia voglia di condividere il nostro sfogo, il nostro dolore?
Il coinvolgimento di chi scrive è inevitabile, ma la scrittura di un libro che si vuole pubblicare richiede un passaggio ulteriore: il distacco critico necessario a canalizzare la nostra sofferenza in una forma narrativa che sappia coinvolgere, non respingere, gli altri.
Tra scrivere un diario e scrivere un libro da pubblicare c’è un’enorme differenza: nel primo possiamo lasciarci andare, scrivere tutto quello che ci passa per la mente; in un libro che altri leggeranno dobbiamo invece chiederci che cosa proverà, leggendoci, il nostro pubblico. E dobbiamo chiedercelo soprattutto quando si tratta di storie animali, ancor più che di esseri umani.
Dobbiamo partire dal presupposto che, quando scriviamo un libro rivolto agli amanti degli animali, ci rivolgiamo proprio a coloro che, amandoli, soffrono immensamente per le loro sofferenze, a persone che spesso nella loro vita hanno già sofferto per un animale…
Siamo sicuri che avranno voglia di leggere una storia tanto dolorosa? Una storia che purtroppo non ha un lieto fine e non lascia speranza?
È lei stessa ad ammettere: “mentre scrivevo piangevo e stavo male fisicamente”.
Ora provi a chiedersi: “Il lettore avrà la mia stessa voglia di piangere e stare male fisicamente?”
Le rispondo subito, con un categorico no. Scrivo storie di animali da oltre trent’anni e con Paco Editore pubblico storie di altri autori da poco meno. E posso dirle con assoluta convinzione che, salvo rari, anzi rarissimi casi, il lettore amante degli animali non ama leggere storie strazianti che li riguardano.
E gli altri? Be’, non leggono letteratura animalista, quindi non ce ne occupiamo.
La reazione davanti a un libro o un film che descrive o mostra le sofferenze di un animale, ancor più se domestico, è sempre di rifiuto. Il lettore e lo spettatore arrivano al paradosso di essere meno colpiti dalla morte di un personaggio che di un animale. Se lei analizza la filmografia mondiale, si accorgerà che molto ma molto difficilmente viene mostrato un animale che soffre o, peggio, che muore. È quasi un tabù che raramente viene violato.
E poi c’è un altro aspetto che, purtroppo, stiamo riscontrando con sempre maggiore frequenza: i testi scritti con l’AI (Intelligenza Artificiale).
Come forse avrà letto, le opere inviate a Paco Editore vengono sottoposte alla valutazione dei nostri consulenti editoriali, e solo in caso di giudizio positivo le leggo anch’io. Negli ultimi due anni è notevolmente aumentato il numero di proposte di pubblicazione, e ci siamo resi conto che questo aumento esponenziale, che interessa (o dovrei dire flagella) anche le altre case editrici, è legato alla disinvoltura con cui tanti aspiranti scrittori si avvalgono dell’Intelligenza Artificiale.
Ne nascono testi stereotipati, ridondanti di retorica, di costruzioni sintattiche ad alto grado di standardizzazione, di ritmi ripetitivi al limite dell’ipnotico, e privi, purtroppo, di anima. Li si riconosce subito, o quasi. Grazie alla preparazione tecnica di consulenti che hanno l’occhio allenato (o come dicono loro stessi… il naso capace di annusare puzza di artificio lontano un miglio), la prima scrematura avviene ormai proprio tramite la ricerca dello zampino dell’AI.
Sul numero 88 di Amici di Paco ho trattato in vari momenti il fenomeno dell’uso smodato dell’Intelligenza Artificiale (v. Più cuore, meno algoritmi), con il quale ci dobbiamo misurare ormai quotidianamente in ogni settore. Purtroppo anche nell’editoria.
L’AI è uno strumento preziosissimo, ma va gestito con oculatezza e non può, non potrà mai soppiantare il cuore che batte nel petto di un essere umano. Quel cuore che purtroppo non si sente battere in testi scritti sperando che chi li legge si lasci incantare dalla forma pretenziosamente ricercata, dalla fioritura esplosiva di aggettivi e avverbi, e trascinare dall’inondazione di lacrime… artificiali.
Calcare o lasciarsi prendere la mano solo perché la fatica e il sudore se li sciroppa una macchina non è mai una buona scelta. Il rischio di omologazione è molto forte, così come il disamoramento del lettore che sta sempre più affinando i sensi e riesce a percepire sempre più facilmente la finzione. E spesso si sente preso in giro.
Per quanto riguarda la proposta che ci ha inviato, purtroppo rientra, almeno in parte, in questa casistica.
Lo può leggere dal giudizio del nostro consulente editoriale:
“Il manoscritto presenta una struttura e un linguaggio ridondanti, ricchi di formule retoriche ripetitive e accenti patinati tipici dei testi generati o rielaborati tramite strumenti di Intelligenza Artificiale. La stessa impaginazione inutilmente piena di “a capo” e frasi spezzate denota l’affidamento quasi totale allo strumento artificiale, senza averne il controllo.
Manca inoltre una rilettura che avrebbe evitato numerosi errori di punteggiatura. La sensazione è quella di leggere uno sfogo fine a sé stesso.
L’IA può essere un supporto per correggere o strutturare, ma quando viene usata per “ingrandire” o “fabbricare” l’emozione, si ottiene l’effetto opposto: la voce dell’autore si appiattisce e il racconto perde la sua impronta genuina.
Più di metà di un racconto intimo si è trasformato in un lungo e dettagliato atto d’accusa verso il mondo esterno (veterinari, parenti, passanti). Il lettore che apre un libro dedicato a un animale cerca la luce di quel legame, non la cronaca di un risentimento verso gli altri. La polemica schiaccia il ricordo dell’animale, relegandolo sullo sfondo.
L’uso dell’IA non aiuta il coinvolgimento del lettore ma rende il racconto artificioso, pur trattandosi di una storia vera.”
Come mi ha fatto notare recentemente un altro consulente alle prese con un caso simile: “I lettori cercano la verità di una voce umana, con tutte le sue imperfezioni, non una prosa sintetica standardizzata.”
Non è piacevole, mai, smorzare gli entusiasmi di chi è convinto del proprio lavoro ma, mi creda, un editore dovrebbe sempre essere sincero e chiaro per dare una mano a migliorarsi e individuare la giusta direzione.
Certo, trovare un editore che accetta un testo scritto palesemente con l’AI può capitare, ma ne va valutata con attenzione la produzione: spesso si tratta di una di quelle case editrici a pagamento che sfornano opere “usa e getta” inondando il mercato editoriale e abbassandone, purtroppo, il livello.
Non la sto invitando a desistere, ma a conservare il ricordo del suo amico scomparso con tutta la dolcezza che merita, con amore e gratitudine. Se un giorno vorrà riscriverne la storia, lo faccia a mente fredda, usando parole sue, semplici, spogliate da ogni artificio retorico o digitale, rimettendo al centro la sua umanità e la vera natura del suo cane. E, soprattutto, calandosi nei panni del lettore con sincero, ancor meglio se spietato, senso critico.
Gli animali ci insegnano la purezza e l’essenzialità: è questo lo stile migliore che possiamo regalare loro quando decidiamo di raccontarli.
Un caro saluto e un augurio di cuore
Diana
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