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Siamo tutti scrittori…???

Una volta tanto torno a occuparmi dell’argomento principale per cui è nato questo sito: la scrittura (io stessa, lo ammetto, mi sono spesso lasciata trascinare da altri temi… del resto voi stessi con tutti gli argomenti interessanti che mi proponete con le vostre lettere avete le vostre belle colpe ;-))
Scherzo, ovviamente: non è che perché si scrive o ci si occupa comunque di scrittura non ci si debba occupare di altro. Anzi: chi scrive (soprattutto chi pretende di pubblicare, che significa non scrivere per noi stessi, ma per gli altri che ci leggono) ha l’obbligo di essere calato nella realtà che lo circonda.
Arrivo al dunque: ho appena letto su il Giornale. it un articolo interessante, che parla di un libro appena uscito che contiene consigli (dovrei anzi dire “sconsigli”) di scrittura. Eccolo qua di seguito.

 

“Ci troviamo davanti a una disfunzione narcisistica della società. Si scrive per dire al mondo che si esiste. Ma quelli che hanno veramente qualcosa da dire e lo mettono per iscritto sono un numero risibile. Forse solo uno su mille. Anche quelli che scrivono buone cose affogano in questo mare d’inchiostro”. Con queste parole Paolo Bianchi – giornalista, scrittore e un tempo pure editor – ha spiegato, in una intervista, il perché del suo nuovo, divertentissimo libro “Inchiosto antipatico” (Bietti editore). Già il sottotitolo la dice lunga: “Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa”.
Per prima cosa è un manuale. Una sorta di vademecum per non incappare negli errori che solitamente gli scrittori (alle prime armi o professionisti che siano) fanno a bizzeffe. In secondo luogo è un testo critico. Dati ovunque, ben mischiato con una sana dose di ironia necessaria per denunciare un sistema in cui è il libro che cerca il lettore (e non viceversa). “Qualcuno ha calcolato, con un ampio grado di verosimiglianza, che se da questo momento in poi non venisse più pubblicato niente, un lettore che legga quattro libri alla settimana impiegherebbe 250mila anni per affrontare tutti i libri già scritti”. Un paradosso? Macché. Una provocazione? Per nulla. Una sacrosanta verità. D’altra parte si sa fin troppo bene: nel nostro Paese, come in tutto il resto del mondo, i libri pubblicati sono tanti. Anzi, sono troppi. E i lettori? Beh, che dire, sono pochi, desolatamente pochi. Eppure la gente continua a scrivere ed è disposta a tutto per farsi pubblicare. Perfino pagare cifre cospicue per uno dei numerosissimi corsi di scrittura creativa, perfino farsi “spennare” da sedicenti case editrici a pagamento. Per quale motivo? Nel tentativo (consciamente vano) di dissuaderci dalla scrittura, Paolo Bianchi ci disvela con esempi, statistiche, aneddoti e citazioni una realtà – quella dell’editoria – ambita quanto ignota, con i suoi meccanismi nascosti, le trappole e le insidie.
Sergio Rame – il Giornale. it – 04 giugno 2012

Tutto tristemente vero: si scrive troppo, troppi scrivono, e l’editoria va a rotoli. Se si scrivesse meno, se si pubblicasse meno (e solo ciò che ha la dignità per essere pubblicato) non si rovinerebbe la piazza come purtroppo è successo negli ultimi anni.
Ormai pubblicano tutti. Non ho mai capito perché ci sia questa fregola di pubblicare, di voler scrivere a tutti i costi anche quando si è manifestamente, irreversibilmente non portati. Come se io m’incaponissi a voler dipingere, quando non so neanche mettere insieme i contorni di una mela o disegnare un albero che abbia almeno la vaga parvenza di albero; o come se m’intestardissi a cantare, con la voce da campana stonata che mi ritrovo. Ognuno deve fare quel che sa o quel che può imparare a fare. Ma scrivere è un’arte, è un dono, così come saper dipingere, saper suonare, saper cantare. O il dono l’hai, o è inutile star lì a perder tempo (e a far perdere tempo a chi ti deve leggere). Tutt’al più potrai imparare la tecnica, ma se non sei scrittore “dentro” a nulla serve sforzarsi.
Eppure ormai, tra scuole di scrittura creativa (che portano vantaggio solo a chi le crea, di certo molto meno a chi ne usufruisce), tra editori a pagamento, che lucrano sulla smania smodata di vedere il proprio “capolavoro” pubblicato, anche il più inetto tra gli aspiranti scrittori riesce a dare alla luce una propria opera. Convincendosi (anzi, illudendosi) di essere uno scrittore a tutti gli effetti.
Ma non basta aver pubblicato un libro per essere scrittori. Scrittori si nasce, non si diventa. Devi avere dentro quella capacità di narrare la realtà trasfigurandola, rendendola accattivante, di dare alle parole quel valore aggiunto che solo una frase ben costruita e un concetto ficcante possono dare. Non usare le parole come useresti il sale sull’insalata, o lo zucchero a velo sul pandoro. Misurarle, selezionarle, capirle.
Quanti usano parole a vanvera, per pura assonanza, dando loro un significato che non hanno? Bisogna amarle, le parole, averne rispetto, collegarle sempre a un’idea, a un pensiero, a un’emozione. Mai sprecarle, mai svilirle.
Scusate, io stessa mi sono messa a buttare giù parole. Ma la lettura di questo articolo del Giornale mi ha fatto ricordare quanto stia diventando difficile pubblicare per chi merita di essere pubblicato, per colpa di questa marea nera di pseudoscrittori che, o perché vanno in tv e sono famosi o perché pagano un editore profittatore, invadono il mercato con le loro un tempo improponibili schifezze (eh, sì, lasciatemelo dire), ottenendo l’effetto di allontanare il lettore, sempre più disorientato e incapace di scegliere e soprattutto trovare qualcosa che valga ancora la pena di comprare e leggere.
Il livello dei libri pubblicati è sempre più basso. E la colpa è di questi creatori di illusioni, che spacciano per scrittori persone che farebbero meglio a trovarsi qualcosa di meglio da fare.

Diana Lanciotti

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