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Visita al rifugio di Olbia: stanno tutti bene (ma c’è bisogno di aiuto…)

Ieri io e Gianni siamo stati a Olbia a trovare i ragazzi del rifugio I Fratelli Minori, otto giorni dopo l’alluvione che ha devastato alcune zone della Sardegna (attenzione: non tutta la regione. La Sardegna è grande, è la terza regione italiana per dimensione).
Da lunedì 18, il giorno in cui ho visto tanta pioggia venire giù quanta non ne avevo mai vista, avevo voglia di correre là, a vederli, a sentirli abbaiare allegri e festosi, sperando che fosse ancora possibile… che non fosse successo niente di grave.
Il giorno dopo ho chiamato subito Cosetta e ho saputo che erano salvi tutti: 700 cani e 120 gatti salvati letteralmente dalle acque.
Da allora la voglia di andare là non mi ha lasciata un attimo.

Ogni giorno, per sette giorni, ricevevo telefonate dai nostri sostenitori che, in tono sommesso, timoroso, ci chiedevano… quanti se ne erano salvati. Davano per scontato che ne fossero morti, che l’acqua e il fango che hanno portato via tante vite umane non avessero risparmiato loro, rinchiusi in una gabbia senza aver commesso reato; senza colpa, se non quella di essere nati in un mondo egoista e bastardo.
E invece chi mi telefonava temendo di sentirsi dare brutte notizie non aveva fatto i conti con Cosetta, con la sua caparbietà, con la sua forza (la stessa forza tenera e feroce di una tigre che difende i suoi cuccioli), e non avevano fatto i conti con Giuseppe, Federica, Gaia, Marco, Sergio, per citare solo alcune delle persone meravigliose che hanno passato a mollo quella terribile giornata in cui sembrava che l’acqua e il fango non avessero una fine, e hanno continuato a muoversi nell’acqua e nel fango nei giorni successivi per ridare al canile una parvenza di normalità e alle centinaia di cani e di gatti un po’ di pace dopo il grande spavento.

Quando arriviamo, dopo quasi due ore di viaggio (la strada tra Tempio Pausania e Olbia è interrotta prima di Priatu e abbiamo dovuto fare una variante più lunga del solito), l’abbraccio di Cosetta mi trasmette tutta la disperazione ma anche tutta la gioia per averli salvati.
«L’acqua era arrivata a un metro, a metà pomeriggio, e i cani per salvarsi erano saliti sui tetti delle cucce», mi dice Cosetta.
Scodinzolavano, all’inizio. Forse non si rendevano conto della tragedia che stava per travolgerli o forse sapevano semplicemente di essere in buone mani, di potersi fidare e che l’amore tenero e feroce di Cosetta avrebbe impedito che a loro succedesse qualcosa.
Dopo il fuoco, l’acqua: sono passati poco più di due anni dall’incendio che devastò una parte del canile… sembra un castigo divino, ma non lo è. Probabilmente si tratta solo di “distrazione” divina: nessun dio punirebbe mai chi non ha colpa ma fa solo del bene, a costo di rimetterci la salute e la serenità, se non addirittura la vita (stavolta c’è mancato poco, davvero).
Cosetta mi conduce all’interno del canile. In apparenza non è molto diverso da tutte le altre volte e dall’ultima volta che ci sono stata, il 25 aprile scorso, per portare un bel carico di antiparassitari acquistati grazie alla generosità di tanti “amici di Paco” che nel tempo hanno imparato ad amare e ammirare Cosetta, permettendoci di aiutarla.
I recinti sono in ordine, puliti. Ma è laggiù in fondo, verso quella specie di lago che prima non c’era e ora c’è e chissà quanto c’impiegherà a prosciugarsi, che i recinti sono ancora deserti, senza un cane o una cuccia. Ed è lì che mi soffermo, in silenzio, e immaginando le ore terribili che devono aver passato, umani e cani, mi si stringe la gola. E allora, come sempre, inizio a fotografare.
È il mio modo di difendermi, di farmi una corazza, di “prendere le distanze” da quegli sguardi e da quelle zampe tese attraverso la rete, per non farmi travolgere dall’emozione e dover uscire, come di solito succede a Gianni che resiste solo pochi minuti, poi esce per una pausa, e poi torna e poi fa di nuovo pausa. Lui non me l’ha mai detto, ma credo che esca per mettere mano ai fazzoletti… non per il naso: per gli occhi.
Fotografarli, per me, è il mio modo di aiutarli, per far vedere anche a chi non ha il coraggio di venire qui a sentire l’odore (qualcuno direbbe la puzza), a camminare nel fango, a sentirli gridare, che cosa significa trascorrere la propria vita dietro le sbarre. Magari dopo essere vissuti in una casa, essere stati coccolati, viziati.
Come è appena successo al bellissimo cagnolino biondo che Cosetta mi mostra. Il suo “padrone” (uso di proposito questo termine che evito di solito) non può più tenerlo. Eggià: lui è un personaggio famoso, un artista, e una palla al piede non può permettersela. Non può nemmeno permettersi il tempo, se proprio non c’è alternativa, di trovargli una nuova famiglia. No, il suo pubblico lo reclama, lui tempo non ne ha. Allora sbologna il cagnolino (adorabile, lo vedeste: potrebbe rendere felice chiunque) a Cosetta, ma dopo averle dato “ben” 50 euro per le pappe. Che uomo generoso…
Non l’ha mai nemmeno vaccinato. Che cosa volete che ne sappia, un artista del suo calibro, di vaccinazioni? Ha altro a cui pensare, lui, il maestro…
A volte penso che stiano peggio loro: i cani di casa abbandonati per finire la loro vita in canile, rispetto a quelli che in canile ci nascono e ci passano tutta la vita. Almeno loro non sanno che fuori c’è un mondo, che la vita può essere fatta anche di agi, di coccole, di cucce calde e di libertà. Per loro la vita è quella. Una vita da reclusi. Nessun rimpianto, nessuna nostalgia per qualcosa che nemmeno sanno che c’è.
Ed ecco, allora, che per loro, per dar voce ai loro lunghi silenzi, per spiegare a chi in canile non ci entra che cosa c’è dietro le sbarre, che continuo il mio giro al fianco di Cosetta.
Come ogni volta me li mostra uno a uno, e per ognuno ha una parola e una carezza. Alcuni si sporgono attraverso le aperture delle reti, infilano il muso per cercare la sua mano.
La amano. E lei li ama, come se fossero tutti suoi.
«Abbiamo avuto 140 cucce e 5 casette in legno rovinate e non recuperabili e 14 tettoie crollate», mi spiega Cosetta. Per non parlare dei recinti da ripristinare, del cibo da buttare, delle coperte, dei soldi andati per acquistare le pompe, gli stivaloni di gomma, quelli che arrivano ai fianchi (70 euro al paio, senza ottenere neanche un euro di sconto…) «Oltre a pensare ai nostri, stiamo provvedendo anche ai cittadini che hanno avuto le case colpite dall’alluvione. Stiamo distribuendo cibo per gli animali delle famiglie rimaste con niente e stiamo accogliendo cagnolini che si sono persi durante l’alluvione.»
E poi raccolgono indumenti da distribuire alle famiglie restate senza niente. La solidarietà è per umani e animali, senza distinzioni. Alla faccia di quelli che dicono che chi pensa agli animali non si preoccupa degli esseri umani.
Continuiamo il giro. E continuo a fotografare, a documentare. Con queste foto voglio parlare al cuore di tutti, far capire che qua c’è bisogno di aiuto, di tanto aiuto. Non solo di denaro, ma anche di dare una famiglia a tante splendide creature.
Di solito i cani del rifugio mi accolgono con un abbaiare festoso e a volte fracassone, ma stavolta mi sembrano più agitati. Anche se la fiducia nei loro amici umani non è mai venuta meno, forse hanno sentito dentro di sé la loro paura, la loro agitazione, hanno letto la disperazione nei loro occhi, nei loro gesti, nelle loro urla («Qua si muore tutti annegati», urlava Giuseppe mentre con le idrovore cercava di liberare i recinti, stando immerso fino ai fianchi nell’acqua e nel fango, senza mai smettere un attimo di sgottare e di gridare).
«Giuseppe ha avuto la casa distrutta dall’alluvione e si è allontanato per dieci minuti dal rifugio per portare in salvo la compagna e la sua bambina», mi dice Cosetta. «Ma poi è tornato qua. È lui che ha salvato i cani.»
E poi mi descrive che cosa è successo quel giorno: «Tanta paura, tanti cani, soprattutto i più anziani, in ipotermia, e tanta confusione. Eravamo nel caos più completo Alle sette di sera la situazione stava precipitando, in alcuni punti l’acqua era alta un metro, i cani nei recinti erano sopra le cucce e Giuseppe lavorava in mezzo all’acqua. Abbiamo chiesto aiuto alla Protezione Civile, ai vigili del fuoco, alla polizia Municipale per i soccorsi, ma nessuno poteva intervenire: a Olbia c’erano già dei morti.»
Per fortuna alcune ore prima Cosetta aveva ordinato di trasferire tutti i cani nei recinti più interni, chiudendoli in buona parte nei trasportini. A chi le diceva: «Ma come facciamo a lasciarli fino a domani nei trasportini?» lei rispondeva: «Meglio nei trasportini che morti.»
Me la immagino, Cosetta, a prendere questa decisione, a dover decidere contro le obiezioni degli altri che trovavano un po’ bizzarra se non impraticabile la sua decisione. Ma dovreste conoscerla, Cosetta: se sa, se sente che una cosa va fatta per il bene de suoi cani è capace di tirar fuori la forza di un gigante.
E ha avuto ragione: grazie alla sua “cocciutaggine”, al coraggio di Giuseppe e all’impegno degli altri, i cani e i gatti ora sono tutti qua, felici come li ho sempre visti. Già, l’ho detto mille altre volte: i cani e i gatti del rifugio I Fratelli Minori di Olbia sono, nonostante tutto, felici.
Sì, felici e sani, grazie a Cosetta e a tutte le persone meravigliose che ogni giorno sono al suo fianco per salvare le vite di cani e gatti trattati alla stregua di scarpe vecchie e inutili, da buttare quando non servono o non piacciono più.

Oggi sono stata al rifugio dell’Arca Sarda di Santa Teresa, che tutti insieme abbiamo già aiutato. Anche lì i cani e i gatti sono tutti salvi, ma l’alluvione ha creato diversi danni e ora bisogna correre ai ripari con lavori di ripristino e messa in sicurezza in previsione di future piogge abbondanti.

C’è bisogno di aiuto, in tutta la Sardegna.

Il Fondo Amici di Paco ha già versato al rifugio di Olbia un contributo per l’acquisto delle cucce e aperto una sottoscrizione (v. http://www.amicidipaco.it/?page=m&amp…2&tc=0).
E poi abbiamo deciso di devolvere al rifugio di Cosetta il ricavato delle vendite natalizie di Occhi sbarrati- Reportage dal canile (v. https://www.dianalanciotti.it/2013/11/un-libro-per-la-sardegna/).
Mentre il ricavato del mio nuovo libro “La gatta che venne dal bosco” (v.https://www.dianalanciotti.it/2013/11/emergenza-sardegna-una-gatta-in-aiuto-ai-cani-e-ai-gatti-sardi/) verrà destinato per aiutare gli altri rifugi sardi, tra cui l’Arca Sarda di Santa Teresa Gallura, a sua volta inondato, per il quale il Fondo Amici di Paco si è accollato le spese di tutti i lavori di ripristino e messa in sicurezza.
Ne approfitto per rivolgere un caloroso grazie a chi già ha dato il proprio prezioso contributo e a chi per Natale acquisterà i libri o farà comunque una donazione per aiutarci ad aiutare la Sardegna.
Ho scritto in fretta questa mia testimonianza per rassicurare tutti gli “amici di Paco” che sono in pensiero per i cani di Olbia (compresi quelli di Hary) e per raccontare ancora una volta dell’amore e del coraggio di Cosetta e di tutti i volontari che, anche negli altri rifugi, sono impegnati con tutte le proprie forze.
Ma voglio ricordare anche chi è rimasto senza casa: nella periferia di Olbia ho visto montagne di mobili e suppellettili accatastati per essere caricati dalle ruspe su enormi camion ed essere portati alla discarica: c’è gente che è rimasta senza niente e, in poche ore di pioggia, ha visto portare via l’impegno di tutta una vita. Pensare agli animali non esclude pensare anche a loro. Anzi.

Diana

 

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