News

Allevamenti intensivi: i produttori di carne contro il giornalismo d’inchiesta

A fine marzo la RAI ha mandato in onda due servizi in cui si parlava di allevamenti intensivi: uno di Sabrina Giannini, autrice e conduttrice di “Indovina chi viene a cena” e l’altro di Mario Tozzi, autore e conduttore di “Sapiens”.
Immediatamente è partita la controffensiva dei produttori di carne che hanno scritto una lettera congiunta ai vertici RAI e al Ministro dell’Agricoltura per condannare la scelta di mandare in onda queste inchieste, che a loro dire avrebbero collegato la pandemia di coronavirus con gli allevamenti intensivi.
Diana Lanciotti, giornalista, scrittrice e fondatrice del Fondo Amici di Paco, ha scritto una lettera per esprimere solidarietà ai giornalisti raggiunti da questi tentativo di censura e invitare RAI e organi di stampa in genere a mantenere la propria indipendenza dalle lobby.

«Non mi è piaciuto, non mi piace mai», afferma Diana, «che si cerchi di imbavagliare  l’informazione. La nostra Costituzione sancisce la libertà di pensiero e aggiunge che la stampa non può essere sottoposta a censura. Quello messo in atto dalle associazioni dei produttori di carne è un vero e proprio tentativo di censura. Stiamo vivendo in un momento molto delicato, in cui le nostre libertà di movimento, di lavoro e di culto sono state sospese senza l’avallo del massimo organo di rappresentanza: il Parlamento. Vogliamo arrivare anche alla sospensione del diritto di espressione? Vogliamo imbavagliare l’informazione? Non vorrei mai che questo tentativo da parte dei produttori di carne si inserisse volutamente in un momento di confusione e disagio economico ma anche psicologico, in cui le istituzioni preposte rincorrono i problemi ma non li raggiungono mai. E cercare di infilarsi in questo “vuoto” è un colpo alla democrazia che rischia di creare pericolosi precedenti. Abbiamo tutti i nervi piuttosto scoperti, e uno degli espedienti più usati da  chi non vuole essere oggetto di critiche è metterle a tacere con un “non facciamo polemiche” o, in questo caso, con “lasciateci lavorare perché noi diamo lavoro”. Così si annulla ogni forma di dissenso, ogni spirito critico e si indebolisce il giornalismo d’inchiesta. Perciò ho scritto una lettera ai vertici RAI, e più in generale a tutti gli organi di stampa, perché oggi ma  anche in futuro rigettino qualunque tentativo di condizionamento. Chi produce pur sapendo di creare sofferenze e morte deve accettare che una parte dell’opinione pubblica e dei giornalisti non sia d’accordo. Il dissenso è un principio che va tutelato come un tesoro.»

Di seguito la lettera, di cui riportiamo il testo più sotto, per una migliore leggibilità.

 

c.a. Marcello Foa, Presidente Consiglio d’Amministrazione RAI
c. a. Consiglio d’Amministrazione RAI
e p.c. a tutti gli organi di stampa

Desenzano del Garda, 23 aprile 2020

Gentili signori,

sappiamo che, in seguito al servizio di Sabrina Giannini andato in onda il 29 marzo su Rai3 nella trasmissione “Indovina chi viene a cena” e a quello del 28 marzo di Mario Tozzi in “Sapiens” dedicati agli allevamenti intensivi, le associazioni dei produttori di carne hanno scritto una lettera di protesta al direttore di Rai3, al presidente della Rai Marcello Foa e al ministro delle Politiche agricole.
Nella lettera si parla di “inaccettabile atteggiamento che sta prendendo piede in numerose trasmissioni della televisione pubblica, volto a creare un pericoloso quanto insussistente collegamento fra la zootecnia come causa all’origine dell’epidemia di coronavirus, oltre che a screditare i produttori italiani di alimenti di origine animale.”

L’indignazione è dovuta, ufficialmente, a presunti collegamenti tra coronavirus e allevamenti, che in realtà non sono stati fatti e perciò non sono rilevabili.
Per quanto riguarda “Indovina chi viene a cena”, la stessa Sabrina Giannini chiarisce: «Nella mia trasmissione non è mai stata collegata l’attuale pandemia da coronavirus al consumo di carne (se non quella di pipistrello).»
E riguardo a “Sapiens”, Mario Tozzi dichiara: «Come avrei potuto mettere in relazione il coronavirus e gli allevamenti italiani? Quella puntata è stata registrata nel 2019 quando il coronavirus ancora non c’era.»

La protesta dei produttori di carne si configura quindi come un tentativo di strumentalizzazione per approfittare del momento di confusione e, forse, della creazione di una task force “antifakenews”. Con il pretesto di non voler “destabilizzare ulteriormente il fragile equilibrio che regna all’interno delle famiglie italiane” sembra che si voglia approfittare del momento di debolezza dal punto di vista sanitario, economico e psicologico degli Italiani per imbavagliare l’informazione.
È vero, come ricordano i firmatari dell’appello alla censura, che il comparto carni produce ricchezza, ma è ancor più vero che non è solo in base alla redditività che si può misurare la moralità di un’attività umana. Evito di richiamarmi a tutte le attività non legali e però portatrici di reddito che, secondo l’assioma “ciò che produce ricchezza è intoccabile”, andrebbero accettate.

Va ricordato che l’articolo 21 della Costituzione italiana stabilisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.
Possiamo capire che certe inchieste possano dare fastidio, ma arrivare a travisarne i contenuti per invocare una censura o, peggio, una cancellazione non è corretto.
Le aziende che traggono profitto dall’allevamento e uccisione di esseri viventi dovrebbero accettare che non tutti le applaudano e condividano. E soprattutto accettare che, di fronte alle pubblicità ingannevoli e fuorvianti dove si vedono famigliole festanti intorno a un tavolo su cui troneggia un pollo arrosto o, peggio, dove bambini con aria sognante e intenerita si sdilinquiscono davanti a una fetta di prosciutto, il pubblico esiga onestà e trasparenza.
Come dico sempre, queste pubblicità sono diseducative, perché inducono a credere che il pezzo di carne che il consumatore porta in tavola non sia collegato a un animale che era vivo, che è nato solo per essere ucciso e finire in un piatto. È la mancanza di questo collegamento che dà la misura dell’inganno e della malafede di chi vuole coprire la tragica verità: che dietro agli allevamenti (soprattutto intensivi) c’è orrore e sofferenza.

Purtroppo stiamo assistendo a una pericolosa deriva autoritaria, dove si tenta in ogni modo di reprimere il dissenso dal Pensiero Unico Dominante, e trovo perciò ancora più pericoloso che, con la forza dei loro budget pubblicitari, i produttori di carne approfittino del momento per zittire le voci libere dei giornalisti, che oltretutto basano le loro inchieste su dati oggettivi.
Solo così si spiegano i paginoni dedicati da alcune testate, proprio in questi giorni, alla celebrazione del consumo di carne. Spesso conditi di sprezzante ironia nei riguardi di chi ha scelto di non mangiare carne.

Già ciò che è successo nel 2015 con l’uscita del mio “giallo vegetariano” La vendetta dei broccoli, in cui propongo una riflessione sul consumo di carne e sugli allevamenti intensivi, mi aveva dato la prova di certi tentativi di condizionamento. Allora, e ne parlai sul mio sito, mi meravigliai perché, al contrario dei libri precedenti, non stava ottenendo le solite recensioni sulla stampa. Poi alcuni giornalisti, pur avendolo amato e apprezzato, mi fecero capire di avere difficoltà a parlare di un libro che mette sotto accusa il nostro modo di cibarci. «È troppo bello», si sentì dire la mia addetta stampa «e sono sicura che getterebbe un bello scompiglio, darebbe una svolta. Ma non me la sento di essere io a provocarla. Devo salvaguardare gli inserzionisti…»
Per fortuna il libro ha venduto e vende tuttora molto bene, ed è servito a far riflettere molte persone sulle scelte alimentari. Non tutti hanno smesso di mangiare carne (non era quello il mio intento) ma almeno hanno acquisito una consapevolezza sulle conseguenze che certe scelte comportano.

Come ho dichiarato in un’intervista sulla nostra campagna “Lasciamoli vivere” volta a fermare la strage pasquale di agnelli e capretti: «Se, invece di mostrare in tv tante improbabili famigliole felici sedute a un tavolo dove troneggia il cadavere di un pollo, si insegnasse ai bambini a collegare il pezzo di carne che hanno nel piatto con l’animale dal quale proviene, se gli si aiutasse a vedere la realtà di sofferenza che c’è dietro l’apparenza dorata, li si aiuterebbe a fare delle scelte più consapevoli. Invece mai nessuno li spinge a questa riflessione ma, anzi, si perpetua l’ipocrisia alimentata da tante campagne pubblicitarie che vogliono far credere che portare in tavola carne e salumi sia un momento di festa, anziché un atto di violenza, non solo fisica verso gli animali ma anche psicologica verso i consumatori. Dobbiamo impegnarci a rimuovere ogni ostacolo dal percorso che porta al rispetto e alla comprensione tra uomini e animali, alla creazione di un rapporto uomo/animali in cui l’uomo sia responsabile nei confronti delle altre creature.»

E non ci arriveremo senz’altro continuando a negare che dietro lo sfruttamento di creature innocenti c’è sofferenza, c’è dolore, c’è orrore. L’orrore infinito che si vede negli occhi di un vitellino o di un cavallo portati al macello. Non volerli vedere, non volerli ammettere è un voler negare la realtà e continuare a prendere a calci la propria coscienza.
Il mondo non è nostro: ci è stato affidato affinché ce ne occupiamo e lo salvaguardiamo con amore e senso di responsabilità verso tutte le creature che, come noi, ne sono ospiti.

Invito perciò i vertici RAI e chiunque riceva pressioni volte a cancellare programmi che informano il pubblico anche su realtà “scomode”, come in questo caso, a non accettare condizionamenti.
Esprimendo tutta la mia solidarietà ai conduttori raggiunti da questo tentativo di censura, auspico che più nessuno metta in atto iniziative tendenti a limitare la legittima libertà di espressione e informazione.

Grazie per l’attenzione

Diana Lanciotti
Fondatrice e Presidente onorario Fondo Amici di Paco

Due parole sul Fondo Amici di Paco
Il Fondo Amici di Paco, fondato nel 1997 da Diana Lanciotti con il marito Gianni Errico in seguito all’adozione di Paco al canile, è una delle associazioni no-profit più attive a livello nazionale, sia sotto l’aspetto degli aiuti concreti ai rifugi che quello della sensibilizzazione. Sin dalla nascita, ha portato all’attenzione di istituzioni, media e cittadini le problematiche dei cani e dei gatti abbandonati rendendo noto il fenomeno del randagismo, un tempo ignorato.
Grazie a numerose campagne di sensibilizzazione (come quella di Natale: “Non siamo giocattoli, non regalarci a Natale”, o quella estiva: “Non abbandonare il tuo cane. Lui non ti abbandonerebbe mai”, o quella di Pasqua “Buona Pasqua anche a loro”, tutte realizzate gratuitamente dall’agenzia Errico & Lanciotti), ha saputo aprire la strada a una nuova coscienza nei riguardi degli animali e favorito la nascita di molte altre associazioni impegnate a difenderli, tanto che occuparsi dei diritti e del benessere degli animali è diventato un impegno diffuso e riconosciuto da tanti. In nome e nel ricordo di Paco, scomparso nel 2006, il Fondo Amici di Paco prosegue le sue attività sia nella direzione della sensibilizzazione che degli aiuti concreti ai rifugi che accolgono i cani e i gatti abbandonati. Non avendo spese di gestione (di cui si fanno carico i due fondatori), l’associazione può devolvere l’intero ricavato delle somme raccolte grazie alla generosità dei suoi sostenitori che da tutta Italia appoggiano le iniziative a favore degli animali più bisognosi.

Simona Rocchi
ufficio stampa
___________________________________
FONDO AMICI DI PACO
Associazione nazionale per la tutela degli animali
Organizzazione di Volontariato – O.N.L.U.S.
Tel. +39 030 9900732 Fax +39 030 5109170
paco@amicidipaco.it
www.amicidipaco.it

Devolvi il 5×1000 al Fondo Amici di Paco per aiutare tanti animali in difficoltà.
Il codice fiscale da indicare è: 01941540989.
Per informazioni: www.amicidipaco.it
Aiutaci ad aiutarli.
Grazie per la tua solidarietà.

2 commenti

  • M.C.

    Condivido il sostegno alla libera espressione di parola e comunicazione, il consenso non è mai automatico deve essere costruito da un dialogo ampio, informato e consapevole delle conseguenze di ogni decisione presa non necessariamente a colpi di maggioranze non “qualificate”.

    M.C.

  • Paola T.

    COMPLIMENTI CARA DIANA, E QUINDI CONTINUA, MA FORSE CONVIENE IGNORARE LE STUPIDE AZIONI DI CHI AMMAZZA -O FA AMMAZZARE IL CHE E’ LO STESSO- POVERI ANIMALI SFRUTTATI CON UNA VITA INDEGNA, IMBOTTITI CON OGNI TIPO DI MEDICINALI O PORCATE VARIE, MESSI A MORTE SENZA NESSUN RISPETTO PER LE CREATURE CHE SONO . POI MAGARI QUESTI …. SCIOCCHI CHE PROTESTANO -MA DE CHE?? SE HANNO PAURA DI PERDERE IL LORO MERCATO POSSONO SEMPRE ALLEVARE PIANTE, CE NE SONO MIGLIAIA DI GENERI, DAGLI ULIVI ALLE FRAGOLE…. SEMPRE RISPETTANDO MADRE TERRA.
    IL DIFENSORE DEL “FRAGILE EQUILIBRIO DELLE FAMIGLIE ITALIANE” POTEBBE OFFRIRE LORO CIBO PIU’ SANO, MOLTO MENO COSTOSO, E SENZA AMMAZZARE NESSUNO -SALVO MAGARI I BRACCIANTI AFRICANI O DELL’EUROPA ORIENTALE..VISTA LA MENTALITA’.-
    SONO VEGETARIANA DA 50 ANNI, HO FATTO NEGLI ANNI ’40 TUTTE LE MALATTIE INFETTIVE E DOPO ANCHE VACCINO PER IL VAIOLO E LA FEBBRE GIALLA, COSì SONO CONVINTA DI AVERE BUONE PROBABILITA’, MALGRADO L’ETA’ AVANZATA, SI SFANGARE ANCHE IL CORONA… SE NO AMEN, DI QUALCHE COSA SI DEVE MORIRE, ANCHE SE NON E’ IDEALE MORIRE MEZZI SOFFOCATI… E IL CANCRO CE L’HO GIA’ AVUTO.
    MA, CARA DIANA, NON RISPONDERE A QUESTI …SCIOCCHI AVIDI DI DENARO SULLA SOFFERENZA DI ALTRI ESSERI… PENSA CHE BELLA DIFFERENZA TRA NOI E QUESTI …BOIA CHE SI PERMETTONO PURE DI CRITICARE DELLE GIUSTE OSSERVAZIONI “IN NOME DELLE FAMIGLIE ITALIANE” …DOVREBBERO ASSOLUTAMENTE VERGOGNARSI.
    UN ABBRACCIO AFFETTUOSO E GRAZIE A NOME DI TUTTI … GLI ANIMALI COME ME.
    PAOLA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.