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Cane ucciso in Sardegna: sì alla denuncia, no al boicottaggio

La notizia è della scorsa settimana ma ho lasciato passare qualche giorno prima di commentarla. Ero troppo scossa e non so che cos’avrei finito per scrivere.
Eccola, come l’ha diramata L’Unione Sarda.it, il 9 aprile:

Uccidono il cane trascinandolo con l’auto: “L’abbiamo punito, aggrediva il gregge”
Hanno punito il loro cane legandolo al gancio traino della loro auto e lo hanno trascinato per chilometri fino a ucciderlo. Per questo padre e figlio sono stati denunciati dai carabinieri di Siniscola per “uccisione di animale”. L’episodio è accaduto qualche giorno fa lungo la strada tra Irgoli e Capo Comino. Una pattuglia del pronto intervento dei carabinieri mentre percorreva la provinciale 72 ha incrociato la Ford Focus con a bordo un 42enne allevatore del Nuorese e suo figlio di 16 anni. I militari hanno subito notato il cane trainato al gancio della vettura e hanno fermato l’auto. L’allevatore si è giustificato spiegando di aver voluto così punire il cane per i danni che avrebbe commesso nella sua campagna. Quando i soccorritori, chiamati dai carabinieri, sono giunti sul posto l’animale respirava ancora. Ma è morto durante il trasporto a un ambulatorio veterinario di Orosei e una volta giunto a destinazione il veterinario non ha potuto fare altro che constatarne il decesso.
I due allevatori quando hanno visto i carabinieri si sono dati alla fuga, ma presi dal panico sono finiti fuori strada. A quel punto i militari si sono accorti del cane, che dopo essere stato trascinato per chilometri, anche se ancora vivo era ferito e sofferente. I due allevatori, che dopo la denuncia rischiano dai tre ai 18 mesi di carcere, hanno spiegato che l’animale “infastidiva” anche le loro pecore.
(L’Unione Sarda.it, mercoledì 9 aprile 2014)

La notizia mi è arrivata via internet, con tanto di foto del cagnolino distrutto… sì, ho usato la parola distrutto, che riguardo a esseri viventi si usa per indicare uno stato d’animo, mentre in senso letterale si usa per cose e oggetti. Eppure non saprei trovare un aggettivo più idoneo per descrivere lo scempio che è stato fatto di quel cane, dilaniato, consumato dopo essere stato trascinato per chilometri sull’asfalto. L’hanno distrutto.
Esattamente com’era successo tanti anni fa a Forte, il lupetto trascinato sull’asfalto in provincia di Oristano e salvato dai volontari del Rifugio di Narbolia. Lui perse “solo” un occhio e sul suo corpo rimasero grosse cicatrici. Ne parlammo su “Amici di Paco” e Letizia, una sostenitrice del Fondo Amici di Paco, decise di adottarlo.
Forte era un cane splendido, dal grande cuore, e quando lo portai in tv a “Tappeto volante”, la trasmissione condotta da Luciano Rispoli, molte persone furono colpite dalla sua storia. E proprio dalla Sardegna arrivarono le reazioni più accorate. In tanti ci scrissero dall’isola per dissociarsi da quell’atto infame.

Ora tutti dovrebbero vedere le foto del cagnolino sardo massacrato, per capire il livello di barbarie a cui l’uomo può arrivare: un certo tipo d’uomo, quello che qualcuno definirebbe bestia, offendendo le bestie che, al contrario degli uomini, sono incapaci di tali atrocità.
Un essere del genere non si può definire bestia, ma nemmeno uomo. Appartiene a una specie che ammorba la terra, che non rispetta i propri simili e quindi ancor meno quelli che simili non le sono.
Un “non uomo”, capace di far del male a un animale nello stesso modo in cui non esiterebbe a far del male a una persona. Che differenza volete che ci sia per lui? In realtà non ce n’è neanche per noi, che gli animali li amiamo e rispettiamo. L’unico aspetto che ci accomuna a questo “non uomo” è proprio l’atteggiamento equanime che riserviamo a uomini e animali, verso i quali nutriamo gli stessi sentimenti: noi di amore, lui, il “non uomo”, di odio.
Chi odia gli animali e fa loro del male odia anche gli uomini. Il passo dall’essere assassini di animali a diventare assassini dei propri simili è piccolissimo, la linea di separazione esile, impalpabile come un fiocco di neve.
Chi ammazza un cane oggi, domani arriverà ad ammazzare un uomo.

Su questa orribile notizia ho ricevuto tanti messaggi. Tra questi una lettera della Lega Nazionale per la Difesa del Cane di Alghero, che sottoscrivo in pieno. Ecco che cosa dice:

“Gentili organi competenti,
ci uniamo alla protesta contro i responsabili dell’uccisione di un cane a Irgoli (NU). Chiediamo che i responsabili siano puniti con pena esemplare, che si dimostri che le istituzioni locali non sono dalla parte di soggetti simili, ma da quella delle persone perbene e che, come molti volontari sardi, ogni giorno salvano tanti animali dei quali non si preoccupa nessuno.
L’animale in questione, forse un randagio, è andato incontro a una fine orribile, le immagini mostrano una creatura con la carne a brandelli, il muso consumato e alcune ossa visibili. Chi ha compiuto questo è un pericolo per la nostra comunità, e vogliamo che entrambi paghino con il massimo della pena, incluso il minorenne presente, oltre ad augurarci che i servizi sociali allontanino il minore da un uomo simile che, a nostro avviso, nulla di buono può insegnare al proprio figlio, e i fatti lo dimostrano. Ovviamente questo non giustifica la complicità del minore nell’aver ucciso il povero animale. Chiediamo inoltre al Sindaco del Comune di Irgoli di intervenire occupandosi degli animali randagi del suo Comune, ricordandogli che per legge, è lui il diretto responsabile. In attesa di un vostro riscontro porgo i miei più cordiali saluti, 
Lega Nazionale per la Difesa del Cane – Sez. di Alghero”

 

Il fatto è successo in Sardegna, quindi è giusto che siano i volontari sardi a farsi portavoce della maggioranza dei sardi che nulla hanno da spartire con questo “non uomo” e altri come lui.
Insieme a quello della Lega di Alghero, ho ricevuto un comunicato del “Comitato Consultivo Difesa Animali”, che dice:

“Immagini come queste feriscono la coscienza di TUTTI i cittadini italiani che amano gli animali e cercano di aiutarli e proteggerli. Non ci sono parole per definire personaggi come questi, ci appelliamo alle leggi per chiedere questo, sperando che quello che verrà fatto sia un esempio per tutti quelli che, come loro, premeditano comportamenti come questi. Quello che ci preoccupa, di fronte ad un atto cruento, di una violenza inaudita, è chiedersi quali conseguenze, a livello educativo, si possono dare ad un figlio minorenne quando gli si insegna che punire vuole dire uccidere: un animale oggi, ma domani come potrebbe comportarsi questo ragazzo di fronte a qualcuno che, a seguito di una reazione, potrebbe diventare potenzialmente pericoloso?
E’ questo che ci si deve chiedere con insistenza di fronte ad episodi come questi, verificare se l’educazione di un figlio comprende punizioni severe, magari già date direttamente a lui insegnandogli che le punizioni rigide, addirittura mortali, sono un esempio da vivere e da portare come fosse una regola della propria vita. E’ a questo che devono pensare le forze dell’ordine e le istituzioni; episodi gravi come questi nascondono un vissuto da verificare, conoscere, sul quale intervenire e che la PUNIZIONE per questo genitore DEVE DIVENTARE si fatta di ammende e di prigionia, ma anche attraverso un controllo dei servizi sociali PERCHE’ UN GENITORE CHE INSEGNA AL PROPRIO FIGLIO CHE PUNIRE PUO’ ANCHE VOLORE DIRE UCCIDERE E’ OLTREMODO PERICOLOSO!!!!
Speriamo di poter vedere delle risposte IMPORTANTI, SEVERE, RIGIDE che ci permettano di superare l’orrore e l’indignazione di un fatto gravissimo come questo, con la realizzazione di una GIUSTIZIA che riscatti la vita e la dignità di questa povera creatura ed anche quella di tutte le persone che combattono per poter arrivare a questo E RENDERLE QUELLA GIUSTIZIA CHE MERITA ALMENO DA MORTA.
E’ una vergogna che digitare su internet la parola SARDEGNA ci porti a vedere che ogni titolo parla dell’uccisione di cani, nei modi più orribili che ci possano essere, frutto di una vigliaccheria che dimostra essere un patrimonio culturale ed educativo primitivo e indegno per una terra che dovrebbe essere bella anche per il rapporto nei confronti degli animali. Da parte ns. boicotteremo il turismo denunciando in tutta Italia questi fenomeni di brutale intolleranza, di cattiveria, di ignoranza e di crudelta’ nei confronti degli animali, che porta tanta vergogna su tutto il Paese.”

Non trovo nulla da eccepire sullo sdegno e sulle considerazioni contenute in questo secondo comunicato, finché non arrivo alle considerazioni finali… e lì mi cadono le braccia.
Giusto, giustissimo chiedere a gran voce di condannare alle pene più severe (che comunque, viste le nostre leggi, non saranno mai abbastanza severe per un crimine del genere) gli autori di un’azione così immonda e perversa, ma tirare in ballo la Sardegna arrivando a parlare di boicottaggio è una cosa a dir poco insensata.
Già altre volte in passato era successo che, di fronte a casi di crimini contro gli animali commessi sull’isola, qualcuno promuovesse un appello a boicottare la Sardegna. E ogni volta io, che in Sardegna ci vivo buona parte dell’anno da tanti anni, mi sono sentita in dovere di chiarire le idee a chi, senza rifletterci più di tanto e senza conoscere la realtà dei fatti e dei luoghi, sfrutta il tam tam di internet per lanciare appelli così ingiusti e immotivati.
L’ultima volta è successo due anni fa, in agosto. Era stato picchiato un cane ad Alghero (i colpevoli potevano anche non essere sardi, comunque, vista la stagione) e una signora di Bergamo (anche lei del Comitato Consultivo Difesa Animali) scrisse:

“DARO’ INFORMAZIONE A TUTTI I MIEI CONTATTI DI QUANTO ACCADE IN SARDEGNA A DANNO DEGLI ANIMALI, DI MODO CHE A LORO VOLTA QUESTE PERSONE BOICOTTINO IL TURISMO SARDO E PASSINO PAROLA.”

Allora scrissi le mie considerazioni sulla rivista “Amici di Paco e sul mio sito.
Questo è il link
https://www.dianalanciotti.it/2012/08/cane-picchiato-ad-alghero-protestiamo-ma-diciamo-no-al-boicottaggio/

Potrei non aggiungere altro alle osservazioni che feci in quell’occasione, ma faccio fatica ad accettare affermazioni come: “E’ una vergogna che digitare su internet la parola SARDEGNA ci porti a vedere che ogni titolo parla dell’uccisione di cani, nei modi più orribili che ci possano essere”.
In realtà, se digitate Sardegna su qualsiasi motore di ricerca, escono informazioni di taglio prevalentemente turistico. Ma forse è proprio questo l’errore: che quasi tutti associano la Sardegna al turismo e, in particolare, al turismo di lusso, facendo di ogni erba un fascio. Chi cade in questo grossolano equivoco dimostra di non sapere nulla della Sardegna, di confondere una piccola e ristretta zona (la Costa Smeralda) con tutta una regione che con la Costa Smeralda non ha nulla a che vedere.
La Sardegna è una terra meravigliosa, ricca di usanze, tradizioni, cultura, bellezze naturali che tutto il mondo ci invidia. Anzi, che potrebbe invidiare se solo ne conoscesse, appunto, le usanze, le tradizioni, la cultura, le bellezze naturali. Invece una visione miope indotta dalla disinformazione diffusa dai mass media fa credere a molti che Sardegna equivalga a Costa Smeralda, luogo della mondanità più cafona, della ricchezza ostentata, del turismo d’assalto.

Anni fa, in un’analoga situazione in cui mi trovai a criticare un appello a boicottare la Sardegna, fui criticata da una signora che mi accusò di “difendere la ricchezza”. Ecco, forse è proprio questa immagine falsata della Sardegna a indurre qualcuno a volerla boicottare.
Ma quale ricchezza? Provate a venire con me, a parlare con persone che non hanno lavoro da anni, che cercano di inventarsi ogni giorno il modo di poter tirare avanti sperando che qualcosa prima o poi cambi.
Ricchezza? Ma quale ricchezza? La ricchezza di cui dispongono molti sardi è la propria dignità, e basta. Sapete il tasso di disoccupazione che c’è nell’isola? E le condizioni di grande disagio in cui vive una fascia troppo ampia della popolazione?
Ricchezza, ma quale ricchezza? Sapete che cos’è successo con l’alluvione di novembre, quando sono morte tante persone e tante abitazioni sono state distrutte dall’acqua?
Avete visto ville di lusso, auto costose, elicotteri travolti dall’acqua? No di certo! Se avete guardato la tv e i giornali avrete piuttosto visto case povere, dotate solo dell’essenziale, rimaste senza proprio quell’essenziale a causa di una pioggia feroce che si è abbattuta con furia non sulla ricchezza, ma sulla povertà.
Io le ho viste dal vivo, quelle case alluvionate, e ho visto montagne di mobili e suppellettili accatastate per essere portate via dai camion: tutti gli averi (pochi) di una vita, tutti i ricordi (poveri sotto l’aspetto economico, ma dei tesori dal punto di vista sentimentale ) persi in qualche ora di pioggia.
E adesso qualcuno dice NO al turismo in Sardegna…
La speranza per la Sardegna è proprio nel turismo, che da anni è in declino a causa della crisi e in parte forse per colpa di appelli scriteriati come questi.
La Sardegna ha bisogno del turismo. Per vivere, non per arricchirsi.
Chi si fa portatore di appelli così insensati si rende complice di un crimine ai danni di un’intera regione popolata da persone per bene, che nulla hanno a che spartire con quel “non uomo” che ha ucciso il suo cane trascinandolo sull’asfalto.

Sono stati proprio i sardi, in questi giorni, i primi a prendere posizione contro questa barbarie che disonora, ingiustamente, la loro terra. Persone per bene, che sono stufe delle etichette che chi non non ha voglia di informarsi e di migliorare il proprio bagaglio culturale appiccica loro addosso da troppo tempo e in troppe occasioni. Persone che sono stufe dei pregiudizi, degli atteggiamenti razzisti di certi continentali che arrivano qui con la spocchia da colonialisti.

Mi chiedo: c’è qualcuno che, prima di farsi paladino di campagne di boicottaggio, si è preoccupato di capire il contesto in cui è nato un atto di una crudeltà così disumana?
La Sardegna è stata isolata per secoli, e per sopravvivere alla povertà, a condizioni ambientali dure e difficili, alle invasioni esterne, i suoi abitanti si sono fatti forti di usi, tradizioni, rituali, regole che dovevano servire a salvaguardare la loro sicurezza e la loro stessa esistenza.
Avete mai sentito parlare di “balentìa”? È, semplificando molto, un sistema sociale complesso, basato sullo scambio di doni (non necessariamente materiali, ma anche aiuti, appoggi, cure), volto non tanto ad accumulare ricchezza, quanto a rendere sicura la vita delle famiglie. Per secoli la balentìa è stata l’unico modello di “ordinamento” possibile. L’unico che potesse funzionare.
Secondo un preciso codice d’onore a cui nessuno poteva sgarrare, tutti gli appartenenti alla società barbaricina erano tenuti a osservare gli obblighi sociali che li legavano gli uni agli altri, il cui adempimento garantiva quella sicurezza che stava alla base dell’intero sistema sociale.
Il balente (colui che “valeva”) era il protettore della propria comunità, che difendeva dalle angherie e dalle minacce dei vicini. Rappresentava l’ordine, e se necessario esercitava il suo ruolo in modo feroce e spietato. Ma allora non c’erano alternative: la sopravvivenza della comunità imponeva questo tipo di comportamento.
Sulla balentìa ho letto proprio recentemente delle definizioni molto interessanti su millofreepress.com, giornale on-line della Sardegna:

“In Barbagia non esistono vie di mezzo. O ci si fida interamente o si diffida interamente, o le armi o la dote. È un sistema sociale dall’equilibrio molto delicato, regolato da individui che “stanno sulle loro” ma che devono impegnarsi a dare e a ricambiare. Quando si riceve un torto, questo ricambiare non viene meno: il codice d’onore della vendetta barbaricina riflette molto bene i circuiti di reciprocità, e anzi, ne rafforza “l’istituzionalità”. Lo “stato di combattimento” di Antonio Pigliaru, la “società di guerra” di Alberini, e in generale i riscontri degli antropologi di ogni tempo nella personalità aggressiva e nella cultura dell’onore delle società pastorali, sono da ricondurre principalmente alla precarietà perenne del possesso delle greggi. La particolare vulnerabilità della principale fonte di ricchezza dei pastori sardi fa sì che in poche ore essi possano ritrovarsi senza più nulla, data la diffusissima e consolidata arte dell’abigeato. Gli atti vendicativi servono in questo micromondo a unire gruppi sociali e a mantenere vivi i criteri morali del torto e della ragione.”

Chi conosce la Sardegna (ma purtroppo non credo siano in tanti a conoscerla al di fuori dei più banali circuiti turistici) sa che il fatto di cui parlo è successo in provincia di Nuoro. Nel cuore, cioè, della Barbagia e culla della cultura barbaricina, che ha fatto della balentìa una sua ragione d’essere per secoli. Anche perché la balentìa era l’unico ordinamento possibile, vista l’assenza totale dello Stato. C’era del buono, nella balentìa: c’erano valori di mutuo soccorso, di rispetto degli usi, di cooperazione. Ma col tempo questi stessi valori si sono persi, e la balentìa per qualcuno è diventata sinonimo di vendetta barbaricina, perdendo ogni connotazione positiva.
Ora i tempi sono cambiati, ma in qualche substrato culturale scarsamente evoluto la tradizione della balentìa nella sua accezione negativa, che prevede la vendetta per un torto subito e l’educazione dei figli al non perdono, sussiste ancora. Ed ecco che quel pastore, a cui forse nessuno ha spiegato che siamo nel 2014 e che le leggi barbaricine sono state superate dalla storia e dal passare dei secoli, ricorre alla vendetta persino nei confronti di un cagnolino indifeso che, anziché far la guardia al gregge, “dà fastidio alle pecore”.

Come si legge ancora su millofreepress.com:

“La balentìa, o esibizionismo socializzato, gioca un ruolo molto più importante di quanto si possa pensare. È grazie a questo bizzarro meccanismo di autodifesa e contrattacco che i sardi dell’interno hanno potuto resistere alle invasioni prima e all’assimilazione culturale del dominatore dopo. Tuttavia, questo è uno dei caratteri che più hanno subito l’erosione del tempo, e di cui oggi non rimane che il patetico scheletro. Come l’ordinamento giuridico antico e le sue implicazioni sono diventati devianti per la legge moderna, così le qualità morali del vero uomo sono diventate veri e propri difetti. Quello che un tempo significava incarnare tutti i valori del Sardo ideale forte e virile, sicuro di sé e sprezzante del pericolo, ma anche chiuso alle altre culture, diffidente e irascibile, impulsivo e permaloso, tendente alla minaccia e alla vendetta, per non dire dell’abitudine all’ebbrezza, oggi non è altro che la buffa caricatura di un eroe del passato, trasformatosi nel tempo nella sua stessa parodia. Ed è proprio il balente sopravvissuto ai tempi moderni la figura più controversa e sfortunata del panorama barbaricino.”

Ecco, è proprio questo “patetico scheletro”, rimasuglio scopiazzato e scoppiato di una cultura ancestrale, giusta in passato ma ormai obsoleta, l’autore di un gesto così atroce. Non c’entrano “i Sardi”, non c’entra la Sardegna, c’entra solo questo “non uomo” e altri come lui, individui in via d’estinzione di una razza che ha fatto il suo tempo.
Persone così ce ne sono, ve lo posso confermare dopo oltre trent’anni di frequentazione della Sardegna: persone che vedono i “continentali” come una minaccia e non una risorsa, che vorrebbero i soldi dei turisti senza i turisti, persone che quando passi per strada ti squadrano come se volessero radiografarti e, con un solo sguardo, invitarti a non calpestare mai più la loro terra. Persone che trattano i loro animali come cose, come strumenti di lavoro che vanno a… pane e acqua, o anche solo a pane. Persone chiuse nel loro piccolo mondo, incapaci di confrontarsi col resto del mondo.
Ce ne sono, purtroppo. Ne ho conosciute e ne conosco… Ma ce ne sono dappertutto, non solo in Sardegna.
Non è boicottando la Sardegna che isoleremo questi individui in via d’estinzione, aiutandoli a estinguersi più in fretta.
A boicottare e a sbeffeggiare la Sardegna ci pensano già i “nostri” politici, che arrivano quando c’è da mettersi in mostra e poi se ne tornano nei loro comodi palazzi e si dimenticano della povertà e dei bisogni che si sono lasciati alle spalle. L’ultima volta è successo lo scorso novembre, dopo l’alluvione: tutti sono arrivati qui a farsi belli con promesse di aiuti immediati (c’erano le elezioni regionali in ballo…) ma a distanza di 6 mesi non si è visto ancora niente.
In compenso l’attuale presidente del consiglio autoelettosi promette (intanto promette… poi si vedrà) 80 euro di elemosina a qualche milione di italiani.
Ma come mai invece in Sardegna gli aiuti non arrivano mai? Semplice: perché una regione con un milione e mezzo di abitanti non rappresenta un bacino di voti abbastanza interessante.

Ma allora, se persino quelli che potrebbero fare qualcosa a livello statale non lo fanno, vogliamo farlo noi, invece di inneggiare al boicottaggio?
La Sardegna ha bisogno di noi, del nostro aiuto, non del nostro rifiuto.

Invece di boicottare quest’isola meravigliosa, di cui (se ci verrete lasciando a casa i pregiudizi) vi innamorerete perdutamente com’è successo a me, veniteci.
Venite a trovarmi: vi presenterò Cosetta e i suoi meravigliosi volontari del rifugio “I Fratelli Minori” di Olbia. E poi vi presenterò Mariangela dell’Arca Sarda di Santa Teresa, vi presenterò Miriam, che accudisce gli animali anche se non ha lavoro e fatica ad arrivare a fine mese, e tante altre persone che con quel “non uomo” non hanno nulla da spartire.
Venite con me, nei prossimi giorni, quando andrò a consegnare gli antiparassitari che il Fondo Amici di Paco dona ogni anno ai rifugi sardi. E allora, vedendo l’abnegazione e l’amore che i volontari sardi regalano a tanti cani e tanti gatti, capirete quanto sia ingiusto e dannoso il vostro appello. E magari vi verrà voglia di aiutarli, invece di boicottarli. Perché boicottare la Sardegna vuol dire boicottare anche loro e il loro straordinario impegno.
Non cadete nell’errore di additare la Sardegna alla pubblica opinione come un luogo in cui si perpetrano i peggiori crimini ai danni degli animali: fate conoscere all’opinione pubblica i sardi che fanno onore alla loro terra.

Infine, vi invito a digitare “cane ucciso” nei motori di ricerca: troverete cani ammazzati a bastonate in Liguria, cani uccisi con una balestra in Lombardia, cani gettati dalla finestra nel Lazio… cani massacrati in ogni regione d’Italia.
Visto che i crimini contro gli animali non hanno una denominazione d’origine regionale, ma sono purtroppo diffusi in tutta la nostra nazione… perché non boicottiamo l’Italia intera?

Chiudo con una buona notizia: il Comune di Irgoli, dov’è avvenuto il fatto, si è costituito parte civile contro il pastore che ha assassinato il cane.
Credetemi, è un bel passo avanti in un tessuto sociale fatto di intrecci strettissimi: in un paese sardo tutti o quasi tutti gli abitanti sono imparentati, o comunque profondamente uniti da legami di amicizia, cooperazione, fratellanza. E prendere posizione contro un proprio compaesano non è da tutti. Per qualcuno sa di tradimento…
Quindi un plauso al Comune di Irgoli, con la speranza che diventi esempio da emulare per tanti altri.
Evviva la Sardegna.

Diana Lanciotti

P.S. Anche noi, come Fondo Amici di Paco, ci siamo costituiti parte civile a fianco di numerose altre associazioni, in primis sarde. Oltre ad augurarmi che all’autore dell’assassinio venga comminata la massima pena previsa per questi casi, spero che i giudici vogliano prevedere anche una pena educativa: un lungo periodo di volontariato in un canile.

Un commento

  • Angelika VALENTINI Trentino

    Cara Diana, cari amici,

    non ci sono parole che descrivono il disprezzo per persone che fanno una cosa cosi.
    Sono una persona molto pacifica che cerca sempre una soluzione quando ci sono divergenze, però quando qualcuno fa male a un essere più debole di lui mi arrabbio veramente:
    Io voglio chiedere a questo PADRE, che cosa insegna a suo FIGLIO (che non si è ribellato a partecipare a questa uccisione):
    Quando lui sarà vecchio, il figlio lo legherà dietro la macchina? Bisognerebbe augurarglielo perché ci sono persone che capiscono solo la lingua della violenza. Io spero che la giustizia italiana una volta tanto funzioni e che queste persone prendano una condanna esemplare.

    Se voleste organisare una raccolta di firme, parteciperei voltentieri.

    Angelika VALENTINI Trentino.

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