Il Festival de L’Unità

Quest’anno avevo proprio deciso di guardarlo. Le premesse di un festival di Sanremo diverso dagli altri c’erano tutte: un conduttore simpatico, spigliato, bravo cantante, giovane nello spirito; la presenza di Luca e Paolo, rubati temporaneamente alle “Iene” per vivacizzare un festival che molto spesso viene tacciato di senilismo; il ritorno di cantanti come Giusy Ferreri, Roberto Vecchioni (di cui ho sempre apprezzato i testi, soprassedendo sulle capacità vocali), Patty Pravo (che non ho mai capito perché va al Festival, però è troppo personaggio per ignorarla), Max Pezzali, che scrive testi di vita “normale”, in cui in tanti si possono riconoscere; e poi Nathalie, la vincitrice di X Factor. Ma, soprattutto, c’era Franco Battiato, che al festival di Sanremo non c’è mai andato.

Battiato è un signore un po’ inafferrabile, sfuggente: difficile classificarlo. Ai tempi di “Un centro di gravità permanente” mi pareva uno dei tanti menestrelli da due soldi, ma quando se n’è uscito, tanti anni fa, con “La cura” … be’, sono rimasta disorientata da tanta bellezza.
“La cura” è una delle canzoni che amo di più, se non forse QUELLA che amo di più. È… perfetta.
“E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te”. Parole semplici ma bellissime, nella loro nuda linearità. E cantate con un’intensità (soprattutto nella versione live) che fa venire i brividi. Tanto che ho scelto proprio alcune strofe de “La cura” in apertura del mio “Boris, professione angelo custode”.
Ma torniamo al Festival.
La coreografia… un tripudio di rosso declinato in pesanti e soffocanti tendoni. Degli strani tralicci a vista, come in un qualsiasi capannone industriale, come se l’ “impalcatura” del Festival avesse bisogno di qualche sostegno in più, per non crollare miseramente.
Niente fiori, neanche fossimo in pieno Sahara anziché sulla Riviera (appunto) dei fiori.
Morandi… mi aspettavo che calcasse la scena con la solita simpatica disinvoltura, e invece è impacciato, ingessato, ibernato. Forse troppo preso dalle canzoni che, a suo dire, sono tutte bellissime e al centro (finalmente) di un festival in cui la canzone torna a essere protagonista. Giusto, quindi, che lui che è cantante ma qui non canta lasci spazio agli altri, non voglia primeggiare. Forse è per quello che appare così dimesso. Sembra anche rimpicciolito. Persino i caratteristici manoni stasera sembrano rimpiccioliti.
Che bravo, Gianni… Certo che per dare spazio agli artisti riesce a far apparire più piccole anche le sue grosse mani… Dove lo trovate un presentatore così? Imparasse da lui un certo Pippo…
Poi, fiato alle trombe, entra la prima cantante: Giusy Ferreri. Passo da moschettiere, mise sexy su un fisico che di sexy mi pare abbia ben poco (direte: e allora che cosa deve fare? Non farsi vedere? No, dico io, ma magari se valorizzasse la sua aria da ragazzona sportiva da tacchi bassi forse non rischierebbe di sembrare una caricatura)… Giusy canta una brutta canzone, usando malissimo la propria bellissima voce. Canta, o ci prova, guaiolando, raspando, in un effetto fastidioso per le orecchie e la vista.
Poi tocca a Vecchioni. Mi aspetto una cosa tipo il bellissimo Samarcanda, o comunque uno dei suoi testi profondi e poetici, e invece quello canta una bruttissima canzone, mettendoci una rabbia che non si capisce, e ci si aspetta che a un certo punto sventoli in aria il libretto rosso di Mao e concluda con le strofe di Bandiera rossa e il pugno chiuso.
Vecchioni… se devi manifestare, fallo in piazza, non sul palco di Sanremo…
Arrivano i Modà con Emma. Bah, per essere quelli dati per vincitori direi che siamo di livello bassino. Forse Emma (ma chi è costei?), invece di andare la domenica prima a gridare in piazza l’odio antiberlusconiano, era meglio se si impratichiva un po’ di più a cantare. Sul palco, mica in piazza.
Al quarto cantante, lo confesso, ero un po’ demotivata. Non mi ricordo se è toccato ai La Crus (chi sono costoro? Ma siamo alla puntata dei big o dei dilettanti?). So che dopo le prime strofe ero già stufa e sono andata a dare le pappe ai cani.
Sono tornata quando è toccato a Max Pezzali, che cantava “Il mio secondo tempo”, forse il testo (fintamente disimpegnato) più carino di tutta l’edizione. Però… accidenti, possibile che nessuno abbia spiegato al buon Max che non andava a cantare alla bocciofila di Polpenazze ma al Festival di Sanremo? Vabbe’ essere anticonformisti, ma una camicia appena un po’ più stirata di quello straccio a scacchettoni, e una giacchetta un pochino più formale di quel plaid ritagliato e un paio di pantaloni, non dico stirati con la piega, ma un po’ meno consunti e sformati di quei jeans che avevano oltretutto l’aria di anelare a un buon bagno in lavatrice… Dai, Max, sei bravo e anche simpatico, ma un briciolino di decoro ti costava tanto? Se ti fa tanto schifo andare a Sanremo… fai a meno!
Non so se è stato dopo che è arrivata la Tatangelo… Qui preferirei non commentare. Che spreco di voce, per questa ragazzotta che si atteggia a gran donna senza esserlo. Per cercare di conquistare il pubblico sanremese che l’anno scorso (o l’altro ancora?) l’aveva fischiata, ha provato a cambiare look, travestendosi da vamp travestita da trans. Ma il risultato è sempre lo stesso: non piace, e l’hanno eliminata. Così come, ma questo si saprà solo alla fine, elimineranno la Oxa. L’ho vista arrivare con passo da zombie, e non ce l’ho fatta a guardarla, quindi neppure ad ascoltarla: forse per timore di avere incubi notturni. Peccato: c’è stato un tempo in cui era brava, aveva una bella voce. Forse l’ha ancora, ma la usa un gran male. Capita, a chi vuol fare l’impegnato a tutti i costi, dimenticando di essere interprete di quella che viene definita “la musica leggera”.
Non so quand’è stato, tra un va e vieni per fare altre cose che dovevo fare, che mi sono ritrovata sul palco le due copresentarici. E Morandi, quello che aveva dichiarato in conferenza stampa che domenica scorsa a manifestare con le donne (che rivendicavano la loro dignità violata dal satrapo presidente del consiglio) ci sarebbe andato anche lui, da perfetto estimatore della dignità femminile non ha saputo dire altro che “quanto erano belle”.
«Ma siete bellissime», ripeteva.
Uffa, che barba che noia, che niente questo festival che doveva dare emozioni e rilanciare la canzone italiana. Ci speravo, visto che dopo tanti anni lo spettacolo viene trasmesso in euro o forse addirittura mondovisione in non so quanti altri paesi.
Be’, i conduttori saranno così così, le canzoni così cosà, ma per fortuna finora nessuno ha parlato di politica. Non è che la nostra immagine pubblica sia tanto fiorente, in questo periodo, per via delle ben note vicende decameronesche che vedono come brillante protagonista il premier, vicende per le quali non ho ancora deciso se indignarmi o provare compassione.
Non faccio in tempo a pensarlo, che sul palco arrivano Paolo e Luca. Certo che, grazie a Mediaset, ne hanno fatta di strada se ora sono qua, in euro o mondovisione, a sparare le loro battute al festival di Sanremo. Su Italia 1, alle Iene, sono di casa, gli si perdona tutto e, anzi, da loro ci si aspetta di tutto. Ma qui, a Sanremo, il santuario (o il museo) della musica, forse la loro satira dissacrante rischia di non funzionare. Di non essere capita.
Da giorni promettono che non parleranno di politica, argomento fin troppo inflazionato, in questo periodo. E allora di che cosa parleranno? Si renderanno conto di trovarsi in un ambiente che rischia di diventare ostile? Ma no: eccoli lì, già pronti con i loro sguardi beffardi. Di certo, se non parlano di politica, parleranno di canzoni, coglieranno il lato comico dei cantanti che finora si sono avvicendati sul palco o comunque sapranno svelare i risvolti farseschi di questa grande kermesse musicale.
E infatti, eccoli che intonano una canzone. Mi pare di Morandi… sì, quella con cui si aggiudicò il secondo posto a un Sanremo di chissaquando. Sì, la ricordo: il refrain diceva “Ti supererò”. Ma i due “comici” (qualcuno deve avergli recentemente spiegato che se usi il turpiloquio qualcuno che ride lo trovi sempre, come quando si parla di cacca e di funzioni corporali connesse) la stravolgono. Ed ecco che il “Ti supererò” sulle loro bocche ridanciane diventa un “Ti sputt…”
Ecco, vedete, io per il turpiloquio ho una specie di allergia. Mi si inceppa la lingua, mi si inghippa la tastiera. Certe parole non riesco a dirle e nemmeno a scriverle. Mi viene l’orticaria a sentirle. E non credo di essere l’unica, se sono vere (e so che sono vere) le notizie che danno dopo (o ancora durante) la spiritosa performance delle due iene, una valanga di telefonate e messaggi di proteste ai centralini e sui siti RAI.
Insomma, muovendosi con movenze da scimmie mal addestrate davanti a una gigantografia di Fini e Berlusconi, i due simulano un battibecco tra i due politici, a suon di “Ti sputt…” e di facezie sulla vicenda politica che sta coinvolgendo il presidente del consiglio e (ma forse i due non se ne sono accorti) l’Italia intera. Forse si sono dimenticati che sono in onda, che sono a Sanremo, e che li stanno vedendo milioni di persone non solo in Italia, ma anche all’estero, mi dico.
Ma certo, è così! E mi aspetto che qualcuno gli tolga l’audio, che li oscuri, che gli faccia capire che sono in onda, che smettano quel gioco goliardico che forse gli serve per riscaldarsi prima del VERO numero previsto.
E invece no… vanno avanti, nessuno li zittisce, nessuno li oscura. E’ QUELLO il numero di Luca e Paolo, Iene diventate famose grazie a Mediaset (la tv di Berlusconi) e ora prestati alla RAI per dimostrare che quello di Berlusconi è un regime che toglie libertà di parola, espressione e.. canzone (più o meno quello che ha voluto dimostrare nella sua canzoncina il buon vecchio Vecchioni, che è lo stesso che da anni i comunisti che pontificano da ogni talk show dalla mattina alla notte sostengono)!
I due vanno avanti, tirando in ballo escort, appartamenti a Montecarlo, appartamenti all’Olgettina, Lele Mora, la Minetti, eccetera.
In pochi minuti di canzone ripercorrono tutta la squallida vicenda su cui verte ormai il destino di un’intera nazione. E alla fine, chi ne esce “sputt…” non è certo Berlusconi e nemmeno Fini, ma siamo tutti noi. Eppure quei due citrulli, troppo presi a pavoneggiarsi nella loro eroica impresa, non si rendono conto del disastro che hanno combinato.
A me fa abbastanza schifo che un signore di 74 anni abbia una condotta di vita che non saprei nemmeno come definire, ma mi fa ancora più schifo che le sue porcherie (moralmente rilevanti ma, ci giurerei, penalmente irrilevanti) siano ormai sulla bocca di tutti e che ‘sti due imbecillotti si permettano di buttare altro fango sull’immagine dell’Italia.
Finita la loro performance, i due si beano degli applausi pecoroneschi del pubblico (che tanto applaudirebbe anche una m… che si mettesse a ballare sul palco), fingono di non sentire i fischi.
Poi arriva Morandi, in viso un’aria afflitta e rassegnata, mentre la sua anima comunista fa le capriole. Fa finta di non aver saputo niente di quello che quei due ragazzacci avevano in mente di fare.
Salgo in ufficio e cerco di mettermi in contatto con la RAI, per dire che è uno schifo, che come cittadina italiana mi sento offesa da una parodia così inutilmente volgare. Impossibile. Altre migliaia di persone hanno avuto la mia stessa reazione e i centralini sono andati in tilt.
Che bravi, che comici formidabili, quasi dei geni: c’è voluta un’intelligenza superiore per imbastire una parodia che si rifacesse al caso più chiacchierato degli ultimi mesi, usando per di più un linguaggio scurrile in prima serata (in quella che chiamano “fascia protetta”, ma che evidentemente nessuno riesce a proteggere dalla stupidità di certi).
A me ciò che sta saltando fuori sulle abitudini del premier non piace e mi piace ancor meno il modo in cui è venuto fuori (e che sia venuto fuori solo per demolire un avversario politico, non di certo perché a chi lo sta inquisendo interessi davvero della salvaguardia delle minorenni… Certe minorenni, poi…) Ma, dopo tutte le trasmissioni politiche, da Annozero in poi, dove ormai il leitmotiv è il ridicolo e squallido “rubygate”, non mi va che anche a Sanremo entri la politica. E che milioni di persone all’estero possano ridere e deriderci. Perché siamo solo noi i fessi che i propri panni sporchi li lavano in pubblico, mentre gli altri se li laverebbero nel segreto delle loro case.
Se non sono d’accordo con ciò che fa Berlusconi, esprimerò il mio giudizio col voto (o il non voto) alla prossima occasione elettorale. Non lo faccio su un palco davanti a milioni di persone. Persone che, oltretutto, se ne stavano lì rilassate sperando, almeno una volta, di non doversi sentir fare i soliti discorsi sulle escort, sulle donnine facili, sugli ometti bavosi.
Non accetto di assistere a una tribuna, anzi a una gogna politica a tradimento, quando mi avevano promesso che “le canzoni sarebbero state le vere protagoniste”.
Ho smesso di guardare il festival. Sono ritornata solo per vedere Patty Pravo cantare male una brutta canzone, ma dare una lezione di stile a tutte le altre, con quell’abito nero bellissimo, accollatissimo che lasciava scoperto nulla di più che il viso, un po’ di collo e le mani. Finalmente, dopo tanto ostentar di pelle, un po’ di classe.
E poi sono accorsa di nuovo quando è stato il momento di Battiato… anzi, quando sarebbe dovuto essere il momento di Battiato.. Perché in realtà la canzone era scritta e cantata (?) da un certo Madonia (scusate l’ignoranza, ma… chi è costui?) e Battiato ha fatto la sua comparsa (una specie di cameo) gli ultimi 10 secondi.
L’ennesima bufala di questo festival delle promesse non mantenute: “canzoni bellissime!”, “spazio alla canzone!”, “niente politica!”, “grandi cantanti!”
Ma dai, Morandi: se invece di fare l’imbonitore in tutti questi mesi avessi cercato di imparare a fare il presentatore, o l’avessi insegnato ai due ragazzotti che ti affiancano e che, nella loro spudorata e allegra insipienza, ti rubano la scena…
Insomma, una delusione: io credevo di guardare il Festival di Sanremo, e invece era solo la Festa dell’Unità (ma non d’Italia…)
Stasera si replica. Io no.
Piuttosto, se c’è, guardo un film di Totò.

P.S. Una piccola rivincita su questo festival rosso. Non c’era nessun film di Totò… facendo zapping sono ricapitata sul festival quando era ospite Andy Garcia, attore cubano. La sua famiglia è fuggita da Cuba dopo l’avvento del regime castrista quando lui aveva 5 anni. Non ci è più tornato, ma dice di portarla sempre nel cuore. Bravo pianista, si è seduto al piano e prima d’iniziare a suonare ha dichiarato: «Vorrei che Cuba fosse come l’Italia: che fosse libera.»
Ecco che cosa pensano davvero di noi all’estero, ecco che cosa pensano quelli che di dittature se ne intendono sul serio: che noi italiani viviamo in una nazione libera.
Un grosso smacco per tutti quelli che vogliono farci credere il contrario. Un grosso rospo che Morandi (che da buon comunista forse vede in Cuba un paese ideale) ha dovuto ingoiare, ma non so se riuscirà a digerire.
Evviva l’Italia, paese libero e democratico.

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