Una voce fuori dal coro… biografia di un’indipendente a oltranza

Ogni volta che esce un suo nuovo libro (siamo arrivati a sedici e circola voce che il diciassettesimo non si farà attendere molto), mi piace ricordare la definizione che diedi di lei in occasione dell’uscita de La gatta che venne dal bosco (di cui avevo previsto il grande successo, non solo tra i gattofili): “autrice unica nel panorama letterario italiano per l’originalità e l’eterogeneità delle sue opere”.
In effetti Diana Lanciotti, famosa per essere scrittrice ma anche fondatrice del Fondo Amici di Paco, l’associazione che da vent’anni ha cambiato l’atteggiamento verso gli animali, ogni volta ci sorprende con temi diversi: dopo una serie di libri dedicati agli animali, a partire dalla famosa trilogia di Paco, si è fatta conoscere come romanziera (con quattro romanzi d’amore e avventura, che l’hanno fatta conoscere anche a chi non segue la letteratura “animalista”), quindi come fotografa (con tre libri fotografici dedicati ai suoi “musi ispiratori”), quindi come giallista (con l’originalissimo La vendetta dei broccoli, “giallo vegetariano” che ha aperto un dibattito molto vivace sulle scelte alimentari, operando delle vere e proprie… conversioni); e, più recentemente con L’esperta dei cani, titolo volutamente provocatorio scritto per dissipare la nebbia che avvolge il mondo dell’educazione cinofila.
Insomma, sedici libri che dimostrano un eclettismo che difficilmente si riscontra in campo letterario. Un eclettismo che permea tutte le iniziative di una donna capace di spaziare da un campo all’altro con estrema facilità, facendo sembrare semplici anche le questioni più complesse.
In un mondo abituato a catalogare e racchiudere fatti e persone in piccoli schemi, Diana sfugge a qualunque classificazione. È il classico spirito libero che, se da una parte attira grandi consensi, dall’altra scatena le critiche da parte di chi non concepisce l’esistenza di persone che mantengono la propria indipendenza mentale e morale.
È successo anche in occasione del suo libro L’esperta dei cani, un libro diverso dai soliti trattati “fumosi” scritti da educatori cinofili o pseudoesperti che hanno tutto l’interesse a far credere che l’educazione cinofila sia una branca per pochi eletti: dai più è stato salutato come una guida utile e alla portata di tutti per migliorare il rapporto tra uomo e cane; alcuni l’hanno invece preso come una… invasione di campo… Ma come, si chiedono i guru dell’educazione cinofila, questa qua si permette di dire a noi, depositari della “Verità”, che cosa bisogna fare per educare i cani?
Così sono partiti gli attacchi per cercare di minare la credibilità di una persona super partes, non schierata da una parte o dall’altra, ma solo a favore degli animali e delle persone che li amano e che, nella confusione che permea il mondo della cinofilia, hanno bisogno di indicazioni chiare e pratiche per non perdersi.

Del resto c’era da immaginarselo, in un mondo come quello della cinofilia diviso da contrasti tra chi segue una scuola di pensiero e chi l’altra.

«Un mondo», come dice Diana, «in cui più che di fare il bene degli animali ci si preoccupa di fare il male dell’avversario.»

Tanto da farle scrivere:

“Qualcuno mi aveva avvisata, quando ho scritto L’esperta dei cani: «Attenta che ti cacci in un ginepraio: gli educatori cinofili sono sempre lì a farsi la guerra, ognuno vuole il primato e pur di denigrare la concorrenza sono disposti a barare. Se ti prenderanno di mira ne vedrai delle belle»”

Profezia che si è avverata a pochi mesi dall’uscita del libro, come ha raccontato la stessa Diana sul suo sito nell’editoriale Per favore non chiamatemi animalista/3 ovvero: il trappolone dei “gentilisti”… (v. http://www.dianalanciotti.it/2016/01/per-favore-non-chiamatemi-animalista3-ovvero-il-trappolone-dei-gentilisti/)

Ed è da lì che voglio partire, e lo faccio con una provocazione.

Allora, Diana, secondo quanto scrivono questi signori tu saresti… sostenitrice del collare a strozzo.
Dai, Paola, non provocarmi, sennò sai che mi arrabbio… (ride) Scherzo: ormai non mi arrabbio più. Certo che mi pare un po’ riduttivo che da un libro di quasi trecento pagine, dove il collare a strozzo è citato una volta, e neanche da me, qualcuno arrivi a dire che… la Lanciotti è quella del collare a strozzo!

Tu dici riduttivo, e sei gentile. Io lo definirei subdolo e da persone in perfetta malafede.
Sì, ma era inevitabile. Tu stessa l’avevi previsto, insieme a Simona (l’addetta stampa di Diana e del Fondo Amici di Paco, n.d.r.): a entrare in un campo minato si finisce per far saltare qualche mina.

Noi avevamo parlato di ginepraio, se ricordi… Scherzi a parte: non è la prima volta che qualcuno cerca di screditare il tuo operato appiccicandoti quelle etichette che tu tanto odi, anche perché conoscendoti bene non sei persona che si presta a essere etichettata. Perciò stavolta vorrei incentrare l’intervista su “chi è Diana Lanciotti”, sulla tua libertà di pensiero che per alcuni è un concetto difficile da comprendere. Vorrei parlare di te e della tua storia di donna libera e individualista, che non rientra negli schemi cari a chi adora livellare per non doversi impegnare a capire e ragionare con la propria testa.
In effetti per qualcuno è più comodo usare la testa degli altri, usare idee preconfezionate invece che crearsene di proprie. In ogni caso a scatenare gli attacchi è il fatto che Valeria Rossi, una delle più famose, se non la più famosa, educatrici cinofile, ha scritto un editoriale in cui parla benissimo del mio libro.

La tua vita è tutta imperniata sul valore della libertà. Rispetto della libertà degli altri, ma anche della tua: libertà di pensare ed esprimere ciò che la tua testa ti dice, non quello che gli altri vorrebbero farti dire o pensare. Tutta la tua vita è la storia di una donna che non accetta limitazioni alla sua libertà di pensiero, che ha fatto dell’indipendenza intellettuale una bandiera. Ancora da quand’eri piccola… Ce lo racconti?
In effetti credo che il mio spirito libero (per qualcuno ribelle) e il mio accentuato individualismo siano nati con me e si siano manifestati precocemente, tanto da spiazzare, per un po’, i miei stessi genitori. Io ero quella che giocava con le macchinine e le pistole, mentre mia sorella e le amiche giocavano con le bambole. Quando poi è stato il momento di andare a scuola, volevano costringermi a fare ore di esercizi di aste e puntini… ma io lo trovavo una noia mortale e soprattutto non capivo il legame tra le parole che mi mostravano nei libri e le aste e i puntini che, a loro dire, mi avrebbero aiutata a imparare a scrivere. Ma io pensavo: se le parole (bellissime… già allora mi affascinavano) erano piene di curve, di legami, di segni misteriosi, a che cosa serviva riempire un quaderno di segni rigidi e inespressivi?

Ribelle sin dall’inizio…
Per qualcuno era ribellione, per altri segno di una personalità spiccata. A causa della mia vivacità (che adesso qualcuno bollerebbe come iperattività, come fanno con quei bambini che, invece di piazzarsi tutto il giorno davanti alla tivù e alla playstation, pretendono di sfogare le proprie energie all’aperto, correndo e giocando, e così vengono riempiti di calmanti…) i miei temevano che  non riuscissi a stare ferma in un banco… Mi misero alle Montessori. Lì c’era la maestra Giulia Bozzoni, una persona straordinaria, che applicava il metodo Montessori in modo molto individuale, mettendoci del suo. Era così brava che mi fece appassionare alla scuola, alla faccia di chi credeva che sarei sempre stata un’alunna svogliata e… poco produttiva.

Poi è successo un altro fatto che ha dimostrato quanto i pregiudizi siano propri delle persone… intellettualmente poco attrezzate.
Sì, una cosa bellissima. Verso la fine della prima elementare la maestra ci assegnò il compito di scrivere un pensiero usando la locuzione “a me…” e io scrissi: “A me piace il risotto con i funghi, ma non quelli avvelenati.” La maestra ne parlò a tutti per evidenziare l’originalità del pensiero di una bimba di neanche sette anni. Ma la direttrice della scuola la pensava diversamente e venne in classe per vedere dal vivo questa “aliena”. E mi fece scrivere qualche altro pensierino, forse per valutare il mio grado di… pericolosità. E fu così che scrissi “un’asino”. Sì, con l’apostrofo! Errore gravissimo, che autorizzò la direttrice a sentenziare: “Questa bambina non sa l’italiano”. I miei genitori vennero convocati a scuola e, per aiutare la bambina a… imparare l’italiano, furono costretti a mandarmi a “ripetizione”, cioè a lezione da una maestra. Fortuna volle che mi mandassero da una delle più anziane ma anche brave maestre di Desenzano, la maestra Crema. La quale mi sottopose una cinquantina di titoli di temi che avrei dovuto sviluppare nei tre mesi di lezione previsti. Il primo fu “Che cosa succede lassù? Perché tutti hanno il naso per aria?” E io descrissi le evoluzioni di un aeroplano durante una manifestazione di acrobazia aerea, usando descrizioni e termini che impressionarono la maestra. Il fatto era che leggevo tantissimo, e facevo tesoro di tutte le parole e i concetti che mi colpivano. La maestra Crema chiamò i miei genitori. Parlò loro di talento, che andava coltivato. Così propose di potermi seguire non solo per i tre mesi previsti, ma per tutto l’anno scolastico, per permettermi di coltivare le mie capacità. E così, mentre i miei compagni di classe svolgevano un tema a settimana, io mi ritrovavo a svolgerne tre o anche quattro (perché poi ci avevo preso gusto e andavo oltre il richiesto). È un episodio che mi piace ricordare, perché dimostra che anche quelle che sembrano negatività alla fine sono delle occasioni da cogliere, di cui fare tesoro.

Come dire: quello che ti avevano imposto quasi come un castigo si è trasformato in una grande occasione, visti i risultati…
Sì, e pensa che la mia maestra leggeva i miei temi in classe, come esempio di buona scrittura. Ciononostante, i miei compagni di classe non mi odiavano, anzi: avevano capito, perché la maestra ce l’aveva spiegato, che il talento è un dono che può capitare a chiunque, ed è come avere i capelli biondi o gli occhi azzurri, o essere bravi a cantare o a dipingere. Non bisognava invidiarmi, diceva, ma accettare questo mio dono e cercare di goderne tutti insieme. È ciò che anch’io ho sempre pensato: che saper scrivere non è un merito, e ancor meno dev’essere un vanto, ma è un dono che mi è stato dato ed è giusto, attraverso i miei libri, condividerlo con i miei lettori.

Ma torniamo in tema: il tuo spirito indipendente come si manifestò, ancora?
Anche alle medie conquistai la stima e devo dire l’affetto dei professori, con un misto di ribellione e rispetto: ad esempio non facevo misteri sul fatto che non mi piacesse la matematica e non mi piacesse studiare a memoria le poesie (che, infatti, non studiavo). Lo accettavano e, anzi, invece di mettermi in difficoltà cercavano di esaltare le mie capacità chiedendomi sempre di più nelle materie in cui sapevo esprimermi meglio.

Eri molto amata dai professori. E al liceo?
Sì, stravedevano per me. E quando passai al liceo continuarono a seguire la mia carriera scolastica. Al liceo… per quanto riguarda i compagni di classe, mentre loro facevano i “festini” dove si passavano noiosissimi pomeriggi a ballare, io andavo in giro con i miei amici a scorrazzare per Desenzano in sella al mio Ciao arancione. Poi… iniziarono i tempi della politica. Era di moda essere di sinistra, indire assemblee a ogni piè sospinto, dove i “cioè” e “la misura in cui” si sprecavano come il tempo sottratto allo studio. Si faceva sciopero per qualunque cretinata succedesse nel mondo. Mi ricordo che un giorno ci fu sciopero persino per la visita in Italia di Henry Kissinger…

E tu?
Io, indovina… stavo dall’altra parte. Anzi: da nessuna parte. Pur avendo le mie idee politiche, non volevo che la politica entrasse a scuola e dividesse gli amici come stava succedendo. Molti miei compagni di scuola, prima amici, per colpa della politica non si rivolgevano più nemmeno la parola. Invece di condividere, tutti insieme, l’esperienza di crescere in un momento di tensioni politiche cercando di starne fuori ma di capirci qualcosa, senza considerare nessuno di noi un avversario ma solo un amico con cui dialogare e confrontarsi, si erano create contrapposizioni molto forti: gente che si minacciava, litigava… un clima orrendo. Fondai il gruppo degli “Studenti indipendenti”: io andavo a scuola per studiare e crescere a fianco dei miei compagni di scuola, non contro di loro. Però qualcuno non voleva accettare che esistessero persone che, di fronte a due schieramenti (destra e sinistra), volessero mantenersi neutrali, almeno per quanto riguardava la scuola. Quando c’erano gli scioperi, quasi sempre per motivi futili, io ero alla testa di quelli che… sfondavano i picchetti ed entravano. Da fuori, i “compagni” urlavano i nostri nomi nei megafoni e ci davano dei fascisti, minacciandoci di farcela pagare.

Insomma, sempre controcorrente…
Più che controcorrente, fuori dalla corrente. Qualunque corrente. Il mio principio inviolabile è usare la propria testa, sempre, mai quella degli altri. Mai farsi trasportare, ma neppure contrastare. Osservare, farsi idee proprie.

Ma tu eri davvero indipendente?
Certo, per quanto riguardava le faccende scolastiche ero assolutamente indipendente. Odiavo già allora, come adesso, il doversi schierare a tutti costi e ”lottare” contro nemici che in realtà dovrebbero essere amici. È molto triste quando gli esseri umani tirano fuori il peggio di sé e si dimostrano intolleranti verso chi non condivide le loro idee. Ciò non toglie che fuori da lì avessi le mie idee, dal punto di vista politico. A diciott’anni, uscita dal liceo, divenni reggente del circolo territoriale di Desenzano per il Fronte della Gioventù. Conobbi Gianfranco Fini, Riccardo De Corato e tanti altri che hanno fatto la carriera politica che conosciamo. Però durò poco perché, proprio grazie o a causa della mia indipendenza, non riuscivo ad accettare i troppi compromessi che altri accettavano pur di avere un ruolo: troppi opportunismi, pur di “esserci” e diventare qualcuno.

Perché dici “a causa” della tua indipendenza?
Perché forse, se fossi stata più malleabile e meno “dura e pura”, adesso avrei fatto carriera e sarei un’esponente di qualche partito e magari anche in Parlamento.

Dici sul serio? Non ti ci vedo!
(Diana si fa serissima ma poi scoppia a ridere) Per forza non mi ci vedi, né mai mi ci vedrai! Per fare carriera in certi ambienti ci vuole il pelo sullo stomaco che a me manca del tutto. Non potrei mai accettare di rinunciare ai miei principi, alla mia dirittura morale per scendere ai compromessi che bene o male in politica bisogna accettare.

Ma tu eri fascista?
Ma quando mai! Come si fa  a essere fascisti quasi 40 anni dopo la fine del fascismo? E ti dirò, che pur essendo visceralmente anticomunista, credo che, ribelle come sono, ai tempi del Duce avrei rischiato di trovarmi dalla parte opposta. Non ho mai sopportato di intrupparmi.

Quindi hai smesso con la politica.
Sì, con la politica attiva. Ma ho sempre seguito la politica mantenendo una mia capacità di giudizio. Qualcuno alcuni anni fa mi ha etichetta come berlusconiana, solo perché avevo espresso giudizi positivi riguardo certe iniziative del governo. Ma io non sono berlusconiana, e nemmeno antiberlusconiana. Eppure, in un clima generale di tifo da stadio, bisogna per forza essere con A o con B. Tipico delle persone intolleranti e prive di fantasia.

All’università, com’è andata?
Lì devo dire che ho fatto il grande errore di non seguire la mia testa ma di farmi condizionare da chi mi diceva che, essendo portata per le materie letterarie, avrei dovuto fare giurisprudenza… Io volevo diventare giornalista, ma allora non esisteva una laurea in giornalismo e i miei mi volevano laureata. Oppure avrei fatto il medico, come mio papà, che però purtroppo mi scoraggiò in tutti i modi. Non esisteva l’orientamento scolastico, allora, così mi iscrissi a Giurisprudenza a Milano e, quando mi accorsi che si trattava di uno studio puramente mnemonico, decisi di cambiare. Solo che per non perdere i due esami fatti ascoltai i miei genitori che volevano che mi iscrivessi a Economia e Commercio, come mia sorella, per poter aprire poi uno studio di commercialista…

Tu commercialista?
Infatti… ho fatto 30 esami, e quando me ne mancavano due per laurearmi entrai in contatto con una grande azienda cosmetica e fui assunta come product manager. Un’occasione da non perdere… così mi dissi che la laurea sarebbe arrivata con qualche mese di ritardo… E invece è rimasta lì. Tanto ormai ero entrata nel mondo del lavoro, e dalla porta principale, e la laurea non mi serviva più.

Un’esperienza positiva.
Positivissima, che mi aprì moltissimo la mente, mettendomi in contatto con mondi molto diversi dal mio. Un’esperienza professionale e umana molto importante.

Ma lì la tua individualità?…
Anche lì si mantenne, per sei anni: nonostante dovessi lavorare in team, sono sempre riuscita  a mantenere il mio cervello fuori dalle logiche di carriera, in base alle quali molti facevano carte false pur di avere avanzamenti. Io li ho avuti lo stesso, gli avanzamenti, pur non rinunciando mai a essere me stessa, senza dover mai fare la… leccapiedi di nessuno. La mia indipendenza e la mia visione al disopra delle logiche opportunistiche spesso erano in contrasto con quelle dei capi intermedi (che avevano una visione vecchia, stantia e conservatrice, che condannava l’azienda alla stasi, quando il mercato viaggiava alla velocità della luce) e mi valse la stima di colleghi e… grandi capi. Tanto che quando decisi di andarmene cercarono di trattenermi in tutti i modi.

Ma perché te ne andasti?
Volevo completare altrove la mia esperienza di marketing passando dall’altra parte della scrivania, lavorando in un’agenzia di pubblicità. Mi ricordo che uno dei “grandi capi” da tempo mi diceva che il mio naturale sbocco sarebbe stato “mettermi in proprio”, per poter esprimere al meglio le mie attitudini senza doverle imbrigliare nelle logiche aziendali “secondo le quali non sempre quello che si fa è la cosa migliore che si possa fare”.

Quindi dal marketing aziendale alla pubblicità, per chiudere il cerchio.
Sì, per completare la mia esperienza nelle due discipline che sono una complementare all’altra e per mettermi in proprio, anzi metterci in proprio, io e mio marito, fondando la Errico & Lanciotti. Un’agenzia di comunicazione con la quale, finalmente fuori dalle logiche aziendali, senza briglie e vincoli vari poter dare una consulenza completa ai nostri clienti/aziende.

Poi, oltre a scrivere per la pubblicità, come copywriter, ti sei messa anche a scrivere libri…
Sì… e ho conosciuto la realtà dell’editoria. All’epoca, parlo di metà anni novanta, tiravano solo gli scrittori stranieri, purché supportati dal “grande successo” a livello internazionale. Visto il basso livello qualitativo degli operatori delle case editrici, era molto più comodo pubblicare libri già pubblicati all’estero, farli semplicemente tradurre senza nemmeno dover fare quel fondamentale lavoro che è l’editing (tanto che la gloriosa figura dell’editor in Italia è andata svilendosi). In questo panorama, gli scrittori italiani erano snobbati. Tanto che nacquero le prime case editrici a pagamento, cioè quelle che lucrano sulla smania smodata di vedere il proprio “capolavoro” pubblicato. Incappai anch’io in una di queste, ma scappai a gambe levate, e pubblicai invece con Mursia, casa editrice storica e seria.

Come mai solo due libri con Mursia?
Perché il mio solito… spirito libero faticava ad accettare i molti vincoli che venivano imposti. Inoltre nel frattempo avevo fondato il Fondo Amici di Paco, un’associazione no-profit che oltre a fare sensibilizzazione aiuta concretamente i canili e i gattili. Se avessi continuato a pubblicare con un editore esterno avrei potuto devolvere solo i diritti d’autore (pochissima roba), mentre se avessi creato una nostra casa editrice avrei potuto devolvere in beneficenza tutto il ricavato delle vendite.

Così è nato Paco Editore, con cui hai ripubblicato i due libri precedenti e pubblicato altri quattordici: tutti bestseller, anzi longseller, visto che anche a distanza di anni continuano a vendere ed essere considerati dei cult.
Sì, ed è una grande soddisfazione. E mi dà la possibilità di gestire nel modo migliore tutto il processo “produttivo” di un libro, anche la grafica delle copertine e l’impaginazione, visto che all’interno della nostra agenzia lavorano ottimi grafici che hanno acquisito la giusta sensibilità per dare ai nostri libri un’immagine accattivante e in linea con i contenuti.

Ma facciamo un passo indietro: Paco Editore è l’emanazione del Fondo Amici di Paco, che hai fondato nel 1997 dopo aver adottato Paco al canile e aver scritto la sua storia in Paco, il Re della strada, pubblicato da Mursia. Anche in questo caso il tuo spirito indipendente ti ha staccata dalla logica delle associazioni animaliste già operanti.
Sì, non avevo nessuna intenzione di fondare una mia associazione ma, come ho raccontato in Paco, diario di un cane felice, al momento di uscire col primo  libro su Paco mi scontrai con la vocazione al business di una delle grosse associazioni che si occupavano (molto poco…) di animali. Il profondo disgusto che provai mi fece capire che se volevo davvero aiutare gli animali, e non un grande carrozzone ad autofinanziarsi, avrei dovuto fondare un’associazione il cui operato io stessa potessi controllare.

Direi che è stata un’idea grandiosa, visto ciò che il Fondo Amici di Paco è riuscito a fare in questi anni, cambiando radicalmente il modo di pensare verso gli animali e i loro diritti.  Ma ciò che mi preme sottolineare, Diana, è la tua libertà intellettuale, che ti ha fatto dire no a logiche commerciali che con il no-profit non hanno niente a che vedere.
Non si può pensare che per aiutare gli animali ci si debba organizzare come una grande azienda, con personale stipendiato, sedi costose e tutto un apparato che si succhia buona parte dei contributi che i sostenitori versano perché vengano utilizzati per gli animali, e non per pagare dirigenti, impiegati, centraliniste, affitti e via dicendo.

Certo, che se tu ti fossi allineata all’andazzo…
E invece non l’ho fatto neanche stavolta. E la riconoscenza dei rifugi che aiutiamo da tanti anni è la testimonianza che abbiamo scelto la strada più corretta.

Insomma, Diana, quello che stavolta volevo sottolineare con questa intervista è il tuo spirito libero che ti ha sempre tenuta alla larga da logiche commerciali o di potere e da scelte dettate dalla convenienza, facendoti scegliere percorsi più difficili.
Quando mi trovo davanti a una scelta, penso sempre ai miei genitori, che mi hanno insegnato il preziosissimo valore della dirittura morale e dell’onore, concetti caduti in disuso. E mi chiedo: se farò così, i miei genitori potranno continuare ad andare in giro a testa alta, senza vergognarsi della loro figlia? Così le decisioni vengono da sé.

Tu ti impegni per gli animali, ma non ami essere definita animalista.
Non mi reputo animalista, ma semplicemente una persona che ama svisceratamente e da sempre gli animali, che sin da piccola ha avuto con loro un rapporto meraviglioso e ha avuto la fortuna di poter condividere con loro ogni momento della propria vita. In certi casi l’animalismo si presenta come “movimento” di arrabbiati, intolleranti, che credono di convincere il prossimo aggredendolo, insultandolo, usando la forza invece che la persuasione. Se il messaggio animalista spesso non è capito e accettato, è proprio perché si usano modi e linguaggi troppo violenti. Con l’animalismo violento, fanatico, disinformato, diffamatore, e perennemente arrabbiato, non ho nulla in comune. Io amo semplicemente gli animali, li rispetto e voglio fare qualcosa di buono e giusto per loro. Senza per questo mettermi in lotta contro i miei simili. Stando accanto agli animali, amandoli in modo viscerale, profondo, a volte devastante, ho imparato a mettere da parte i sentimenti umani di odio e vendetta. Non è buonismo, ma è voglia di imparare da chi è superiore a noi umani in fatto di amore incondizionato e dedizione.

E in effetti il tuo motto è “Persuadere con dolcezza”, principio a cui ti ispiri anche nei tuoi libri, dove preferisci far riflettere col sorriso invece che con i pugni nello stomaco.
È una ricetta che finora risulta molto apprezzata e che mi ha permesso di far riflettere anche persone che rifiutano gli atteggiamenti estremisti di una parte dell’animalismo.

Mi dicevi che anche ultimamente qualcuno ha cercato di metterti un’etichetta addosso, che tu rifiuti. È qualcosa legato al luogo in cui vivi…
Sì, la storia è partita tre anni fa, quando in occasione delle elezioni del Consiglio di amministrazione di CP (la località del nord Sardegna dove Diana vive) ho cercato di far superare annose contrapposizioni tra persone che dovrebbero collaborare anziché remarsi contro. Tra pochi mesi ci sarà il rinnovo del Consiglio, così alcuni giorni fa ho scritto una lettera-appello ai proprietari del posto per invitarli a partecipare e superare le conflittualità inutili. Molti hanno capito e apprezzato la mia indipendenza di pensiero e la mia volontà di lavorare nell’interesse di tutti. Ma c’è qualche “povero di spirito” che, forse preoccupato per il consenso che molti mi stanno manifestando, cerca di screditarmi etichettandomi come… schierata con una delle due fazioni. Stavolta quella opposta a quella con cui secondo queste persone ero schierata tre anni fa. Insomma, bisogna per forza essere schierati, per certe piccole menti. Tutti col bollino, come tante banane.

Che cosa vuoi dire a questi signori intellettualmente… poco attrezzati, secondo i quali non si vive se non all’interno di un gregge?
Non voglio addentrarmi nei particolari, perché ai miei lettori interessano poco, però dico che è triste vedere come tutta l’Italia si riduca alla stregua di un paesino di provincia, dove tutti spettegolano alle spalle degli altri e molti, disabituati a usare il proprio cervello, non ammettono che ci sia qualcuno che ragiona con la propria testa e vive benissimo senza sentire il bisogno di intrupparsi. Per i pecoroni è normale stare nel gregge. Perciò, evviva le pecore nere, quelle che si distinguono dalla mediocrità imperante, che non accettano l’omologazione e rivendicano la propria indipendenza intellettuale. Come diceva mia nonna, fa bello e comodo classificare tutti secondo rigidi schemi. Sennò ci si deve sforzare di capire. Meglio bollare. Molto, molto meglio. Purtroppo è difficile schiodarsi dai cliché e dalle etichette. Io sono fiera della mia libertà di pensiero… ma la troppa libertà degli individui fa paura a chi vuole chiudere il mondo entro i propri rigidi recinti mentali.

Insomma, Diana, finalmente ti ho fatta parlare di te, attraverso la narrazione di chi è Diana Lanciotti, invece che attraverso una delle splendide storie che ci hai finora regalato. C’è un messaggio, in particolare, che vorresti dare a chi leggerà questa intervista?
Sì. Come tu hai detto la mia è la storia di una persona che ha fatto della libertà e dell’indipendenza intellettuale la propria bandiera. Io penso che in tutto ciò che si fa ci voglia buon senso, voglia di conoscere e confrontarsi, apertura mentale, disponibilità al dialogo, umiltà di conoscere, capacità di non intrupparsi e di non diventare schiavi dei pregiudizi. E ci vuole il coraggio di battersi per il proprio onore e il proprio senso della giustizia, valori sacri a cui nessuno dovrebbe essere costretto a rinunciare.

Se mi permetti, Diana, concludo con una tua frase, scritta in risposta a quel signore che, travisando intenzionalmente il tuo pensiero, ti ha etichettata come “sostenitrice del collare a strozzo”

“È ora di smetterla che se non la penso come te, se non mi uniformo alla Verità Assoluta di cui credi di essere l’Unico Depositario (mentre sei solo un Grande Mistificatore), tu giri la frittata e mi fai passare per ciò che non sono. Chi mi conosce sa quanto non mi piaccia schierarmi da una parte o dall’altra, e quanto io rivendichi sempre il diritto alla neutralità intesa come obiettività e a usare il mio cervello, anziché portarlo all’ammasso.”

Paola Cerini – 10 giugno 2016