Il festival più maschilista che mai

Da anni non vedo il Festival di Sanremo tutto intero. Troppo lungo e stiracchiato e pieno di cose inutili per riuscire ad assorbire un’attenzione totale e devota. Ce la fanno giusto quelli che devono poi parlarne per mestiere: i critici musicali e i commentatori di costume. E gli insonni.
Però quest’anno ho segnato un mio record: non l’ho mai visto così poco. Ho saltato intere serate e ho più che altro bazzicato su internet il giorno dopo per leggere commenti o vedere spezzoni.
Come mai? Se dico la verità mi attiro una valanga di critiche, lo so ma… pazienza!


Il fatto è che non reggo Fiorello. Lo vedevo bene ai tempi del Karaoke ma poi, come nella famosa piramide di Peter, è salito e… come recita il famoso principio del suddetto Peter: “Ogni membro di un’organizzazione gerarchica sale nei livelli della gerarchia sino a raggiungere il suo massimo livello di incompetenza”.
E però non si può dire, perché Fiorello è intoccabile, come lo è Benigni (un premio Oscar… vorrai mica criticarlo!), o come è diventata ora Greta, che se ti azzardi a dire qualcosa di diverso dal gretapensiero finisci nelle liste di proscrizione.
NON si può parlar male di Fiorello (o di Benigni, o di Greta) perché è un’istituzione nazionale, prossimo a diventare patrimonio dell’Unesco. Magari il FAI se lo prenderà in carico e organizzerà visite guidate a casa sua, in futuro. Così la domenica sapremo tutti dove andare, quando lui non sarà a intrattenerci in televisione.

Insomma, le più buone intenzioni di guardare almeno un po’ di Sanremo, come fenomeno di costume di cui tutta l’Italia parla per un’interminabile settimana, dimenticandosi addirittura del coronavirus che nel frattempo, tra una canzone e l’altra, mica è stato lì con le mani in mano, seduto sul divano col sacchetto dei popcorn, ma ci ha dato dentro senza rispetto verso la kermesse canora più seguita dell’anno (anche perché altre ormai non ce ne sono)… tutte le più buone intenzioni, dicevo, si sono spiaggiate dopo i primi minuti.
No, non ce l’ho fatta. Dopo una litania di “meraviglioso”, “bellissimo”, “straordinario”, “incredibile” esclamati da un sempre più stralunato Amadeus (non aspettatevi giudizi su di lui… non ne darò: tutto sommato mi è simpatico), dopo i primi siparietti di un Fiorello sempre più dirompente, straripante, logorroico, agitato, non ho retto.
Uno così ti agita, e la sera è fatta per rilassarsi, magari davanti alla tv, ma se in tv c’è un esagitato che crede di avere sulle spalle il mondo da tirare avanti e per farlo sembra caricato a molla … be’, io rinuncio e o cambio canale o mi addormento sul divano.

Quindi, questo Sanremo me lo sono persa quasi tutto. Però qualcosa l’ho visto: Il monologo di Rula J, di cui dirò poi; la tiritera pseudocolta di Benigni (che, lui per primo esterrefatto, è stato uno dei pochi a non prendersi una standing ovation da un pubblico peraltro generoso nel concederle ad altri); la performance di quel tipo esangue e pitturato che pareva una camoletta in tutina… sì, l’Achille Lauro, lui; e, ancora, l’altra tipa con la tutina (il Festival delle tutine…) che dimenava il deretano… l’Elettra Lamborghini di cui, ammetto, non so niente, per cui mi esimo dalla facile ironia, tipo che era meglio se la facevano studiare e se la tenevano in azienda. Ma forse ce l’hanno tenuta lontana proprio conoscendola.
Quei due, insomma, che mi hanno fatto pensare che l’Italia è davvero il paese delle grandi opportunità.. perché, se ce l’hanno fatta Achille Lauro ed Elettra Lamborghini, chiunque può farcela. A parte che forse bisognerebbe stabilire in che cosa ce l’hanno fatta… ma dato che essere qualcuno in tv ai giorni nostri è equiparato a essere QUALCUNO tout court, dico che il successo basta cercarselo, non serve meritarselo.
Per l’Achille in tutina hanno tirato in ballo San Francesco (di cui avrebbe emulato la spogliazione), ma il richiamo mi pare alquanto blasfemo; e poi Renato Zero, Ozzy Osborne, David Bowie… addirittura il grande Freddie Mercury (ennò, quello proprio non toccatemelo), solo per il fatto che anche loro amavano il travestimento. Ma, per favore… quelli almeno cantavano. Questo non sa neanche da che parte si cominci.

In quanto a Rula J… sono capitata sul Festival proprio quando in veste di valletta ha presentato nientepopodimeno che… proprio lui… Achille Lauro! E ho subito pensato: “Queste sono le conquiste femminili!” (?)
Lo stesso ho pensato quando ho visto alcune delle altre dieci donne del Festival. Donne con un ruolo nella società, nel lavoro, nello spettacolo, donne con qualcosa da dire (come qualunque donna)… le ho viste lì, ridursi, restringersi nel ruolo di valletta e lasciare che a fare i mattatori fossero due uomini.

Poi Rula l’ho rivista
Un’ altra su cui non si può dire nulla, perché ha un passato difficile (che compensa con un presente che la sta ripagando con gli interessi) e se la critichi ti danno come niente della fascista (a parte che il racconto della sua vita che negli anni Rula J ha fatto presenta inquietanti discrepanze e pare avere la caratteristica di plasmarsi in base al pubblico e al momento).
Non amo la spocchia di Rula J ma non amo neanche i pregiudizi, perciò le ho dato una chance. Appena è partita, con l’aria di superiorità di quella che si concede al popolo ignorante, ho cambiato canale. Non la reggo, la sua supponenza. Poi mi sono detta, ma no Diana, dalle tempo. Gliel’ho dato. E che cos’ho appreso dal suo discorso (suo… si fa per dire: gliel’hanno preparato gli autori e Selvaggia Lucarelli)? Che l’Italia è un paese degli orrori se è vero, come lei ha letto davanti a milioni di spettatori, che “3 milioni 150mila donne sono state vittime di violenze sessuali sul posto di lavoro, negli ultimi 2 anni, 88 donne al giorno hanno subito abusi e violenze, una ogni 15 minuti, ogni 3 giorni viene uccisa una donna”…
Mi dispiace, ma da una che pochi minuti prima ha fatto la valletta presentando nientepopodimeno che… Achille Lauro in tutina, una che ha accettato di restringere sé stessa nel ruolo subalterno e insulso di un’annunciatrice di canzonette, lasciando che la parte importante la facessero gli uomini, da una così, disposta a tutto pur di esserci e portare a casa i soldini, le prediche e il bollo d’infamia contro il paese in cui vivo e che amo non li accetto.

L’Italia non è il posto orribile, razzista e sessista che Rula J ha voluto far credere. I dati che ha letto sono assolutamente inverosimili. Ma ci pensate? 3 milioni di donne “vittime di violenze sessuali” sul lavoro: se consideriamo che sono circa 9 milioni le donne che lavorano è davvero sbalorditivo… per fortuna non è vero (e credo che la RAI, che ha pagato coi soldi nostri una giornalista per declamare in diretta cifre così chiaramente false e offensive, dovrebbe prendere posizione).
Perché, piuttosto, la signora Rula ha sparato a zero contro l’Italia (ma nessuno sembra essersene accorto: erano tutti presi dall’asciugarsi la lacrimuccia dinanzi alla sua recita e a recitare il mea culpa, come se quello italiano fosse un popolo di stupratori e violenti… ma mi piacerebbe andare a vedere la nazionalità di tanti stupratori… però non si può dire, perché sono “risorse”). Perché invece di farci sentire un popolo malsano, che commette crimini così abominevoli e così tanti, Rula J non ci ha parlato anche di quello che succede nei paesi arabi per i quali la signora simpatizza? Là le donne sono portate in palmo di mano? Vivono libere una vita dignitosa e degna? Non mi risulta. Eppure, nessun fiato da parte di questa paladina dei diritti femminili.

Per carità, c’è tanto da cambiare, ci sono sacche di delinquenza da svuotare, ma mi pare che la discriminazione, per non dire della violenza, verso le donne in Italia non sia uno sport così tremendamente diffuso come ora si vuol far credere. C’è, esiste, e basterebbe anche un solo caso per obbligarci a fare qualcosa. Ma non gonfiamo i dati per fare audience e scalpore, perché così facciamo un pessimo servizio alle donne, all’Italia, e agli uomini perbene.

Io non mi sono mai sentita discriminata sul lavoro, né nella vita. Eppure ho iniziato a lavorare nel 1984, nel marketing di un’azienda multinazionale, quando le donne in ruoli manageriali erano ancora pochissime. Ero la prima donna assunta per fare carriera nel marketing, e dopo esserci presi reciprocamente le misure (in senso figurato) con colleghi, superiori, collaboratori, tutto è filato liscio. Non ho mai cercato di fare l’uomo, ma nemmeno di sfruttare le “arti femminili” (io dico “fare la gallina”, anche se faccio un torto alle galline). L’unico che mi discriminava era il direttore marketing, ma non perché fossi donna. Lui discriminava, e cercava di bloccarne l’avanzata, chiunque fosse intraprendente e avesse voglia di imparare e progredire, donna o uomo che fosse. Il classico culo di piombo, figura nota in molte aziende soprattutto in passato, che faceva gli interessi suoi invece che quelli aziendali. Fu licenziato in tronco, col direttore del personale sulla porta a controllare che non portasse via nessun documento sensibile.

Non mi sono mai sentita discriminata come donna. Mi sento più… discriminata quando la sera la mia dolce metà si impossessa del telecomando e vuole essere lui a scegliere il palinsesto della serata…
Con questo non nego affatto che esista discriminazione.
Una ricetta per vincerla è essere sicure dei propri valori personali, senza atteggiarsi a uomo o a femme fatale, ma essere sé stesse, convinte di quello che si ha da portare nel mondo del lavoro. E quando ci mettiamo di buzzo buono, noi donne, facciamo sfracelli. Anche perché sappiamo essere molto più pratiche, concrete, più sul pezzo, più decisioniste e ferme rispetto ai vagheggiamenti maschili; perdiamo molto meno tempo a beccarci tra galli e a fare mostra di muscoli e testosterone… e arriviamo al punto e al sodo con molta più rapidità.
Forse a certi uomini fa paura, ma ci sono anche tanti uomini che sanno apprezzare questo modo di essere diversi e complementari: nella società, nella famiglia, nel lavoro.
Non sto sostenendo che siano tutte rose e fiori, ma tutto questo parlare di discriminazione e presentarlo come un fenomeno dilagante temo possa sortire, soprattutto sulle giovani donne che si affacciano al mondo del lavoro, il potere di deprimerne l’ottimismo, facendole sentire perdenti in partenza o, al contrario, sollecitando atteggiamenti aggressivi che il più delle volte non sono necessari.

Non è che essendo donne partiamo con l’handicap, tutt’altro. Noi valiamo in quanto donne, e dobbiamo essere fiere e consapevoli delle nostre potenzialità. Dobbiamo credere in noi, noi per prime.
Ecco perché mi sono indignata che un festival, in apparenza dedicato alla donna, alla fine abbia usato le donne per relegarle a vallette e abbia dato loro il contentino di uno spazio risicato in cui ricordare e ricordarsi di non essere solo “bellissime”.
È stato il festival più maschilista e falso di cui abbia ricordo: perché ha professato una considerazione per le donne che in realtà non c’è stata.

Diana Lanciotti

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