Sea Wacht: un affare sulla loro e sulla nostra pelle

Sulla paradossale e politicizzatissima vicenda della Sea Watch e della nuova eroina della sinistra, la “capitana” Carola (che dopo aver speronato la Guardia di Finanza si sarebbe giustificata dicendo di aver semplicemente seguito “l’addestramento avuto per le manovre per entrare in porto”), ho letto un interessante articolo su Libero online:

Spiacerà alla Capitana, eppure io non solo sono un uomo occidentale e «bianco» (per usare il suo linguaggio razzista all’incontrario), ma sono fiero di esserlo. Sono nato in questa fetta di mondo, l’unica che alla prova della storia ha coniugato libertà personale e benessere collettivo (e non è un caso, se togliete la prima non avrete nemmeno il secondo, come ha dimostrato il fallimento epocale della distopia comunista). Non ne ho tratto alcun senso di colpa e non penso di dover espiare la mia provenienza biografica e culturale negandola, mortificandola, precipitandomi a fare da navetta tra lo sporco lavoro degli scafisti e le coste europee, quelle dei miei avi «bianchi», maledetti loro, come fa Carola Rackete.
La comandante della Sea Watch e fresco totem delle sinistre mondiali (tanto da mettere già in discussione il primato che sembrava consolidato dell’ ecofondamentalista Greta) rappresenta infatti un caso da manuale di quella che il grande filosofo conservatore Roger Scruton chiama «oicofobia». Letteralmente: l’avversione per ciò che è proprio, per la propria casa, per la propria cultura, per la propria storia. L’odio di sé. Una malattia dello spirito che è diventato il passatempo preferito delle classi dirigenti (?) europee e dei loro figli privilegiati, come Greta, come Carola. Per cui dopo il master in Conservazione Ambientale con una fondamentale tesi sui «nidi degli albatros», si inizia a far la spola tra la Libia e Lampedusa.
Perché c’è un unico modo, per quest’ intossicati dalla vergogna di sé, di riscattare i torti dell’ Occidente verso tutti i dannati della terra. Portarceli in massa. Fino a dissolverlo, ovviamente.
Perché vedi, cara Capitana, io che non ho sviluppato alcuna nevrosi ossessivo-compulsiva verso la mia identità, anzi ringrazio ogni giorno di appartenervi, so bene che la civiltà occidentale è eccezionale. In senso tecnico, un’eccezione dentro la storia di quel legno storto che è l’ uomo. Solo all’interno di quest’ eccezione si è dato quell’aggeggio che chiamiamo «democrazia», sia nel senso degli antichi, con la grande ouverture greca, che in quello dei moderni. Solo all’ interno di quest’ eccezione è comparsa la nozione cristiana di persona, e di dignità universale insita in essa, che poi si è trasformata nell’ idea liberale e illuminista di individuo, e di diritti inalienabili ad esso connaturati.
Solo all’interno di quest’eccezione è potuta crescere la più formidabile macchina di creazione di ricchezza e di riduzione della povertà che la storia umana conosca e che si chiama, volenti o nolenti, capitalismo (lo sanno bene, o meglio dovrebbero saperlo bene, Carola e i giovani ultrà del multiculturalismo come lei, visto che appartengono tutti all’alta borghesia, per quanto le loro acconciature non lo diano a vedere).
Solo quest’eccezione su cui Carola e i suoi fratelli sputano ogni giorno, e che vorrebbero edulcorare in un’appendice dell’Africa, ha generato qualcosa che si chiama «società aperta», dove coesistono libertà economica, pluralismo religioso, pari dignità tra uomo e donna. Ebbene, io che non solo non mi vergogno di appartenere a quest’avventura, ma lo rivendico, so bene che la sua splendida anomalia rischierebbe di essere spazzata via, se passasse il modello che la Capitana e certi analoghi figli privilegiati d’Occidente in fregola parricida propugnano. Esodo incontrollato di popolazioni, che è cosa ben diversa dal fisiologico fenomeno dell’immigrazione, frullato impazzito di visioni del mondo spesso tra loro incompatibili, sostituzione culturale prima ancora che etnica.
Fino alla sparizione dell'(auto)odiato uomo bianco e dello stesso Occidente. L’espiazione finale, il suicidio di una civiltà raggiunto nemmeno con un atto grandioso, ma per agonia ideologica, per triste e sfibrante autoconsuzione, la rinuncia definitiva. Il sogno di tutte le Carola Rackete. L’incubo di chiunque ami la libertà.

di Giovanni Sallusti

https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13478455/sea-watch-segreto-carola-rackete-cosa-nasconde-capitana-nave-ong

A parte il titolo brutto e fuorviante, l’articolo riporta considerazioni condivisibili da chi non abbia ancora portato il cervello all’ammasso e si guardi bene dal condividere idee e operato di coloro che chiamo “aguzzini dell’accoglienza” (v. https://www.dianalanciotti.it/2019/02/lipocrisia-dellaccoglienza/)
Una cosa, però, dimentica di citare l’autore dell’articolo: oltre agli aspetti etnico/culturali messi in gioco con questa pseudoimmigrazione incontrollata (che in realtà non è altro che un’invasione controllatissima da chi ha un chiaro disegno geopolitico ed economico in testa) andrebbero citati i problemi di salute causati dall’ingresso di portatori sani di malattie sconosciute o scomparse.

Ogni giorno tutti noi abbiamo notizia o siamo coinvolti da strane forme “parainfluenzali”. Nessuno si chiede come mai, ormai, ogni momento dell’anno è buono per beccarsi “l’influenza”? Chiedete a qualche infettivologo, di quelli che non parlano o non li lasciano parlare perché non sarebbe “politicamente corretto”….
Nessuno si chiede come mai per andare a casa loro noi dobbiamo vaccinarci, mentre loro possono venire qua a trasmetterci i virus con cui convivono quasi pacificamente? Come mai, in tutti i filmati della visita della delegazione PD & C. a bordo della nave olandese pirata non si vede un contatto, dico uno, di Del Rio e compagni con i migranti? Non è che anche i solerti e solidali politici abbiano preferito evitare incontri ravvicinati di un certo tipo? Vabbe’ essere “umanitari”… però meglio pensare (prima) alla (propria) salute.

Non è questione di razzismo, ma di realismo. La verità è che questi poveri spiantati, vittime a loro volta di un disegno tutto giocato sulla loro pelle, di cui loro sono incolpevoli pedine, potrebbero essere aiutati là dove sono nati e dove hanno diritto di restare e vivere bene. In dignità, salute e felicità.
Nostre e loro.

Diana Lanciotti

 

P.S. Due giorni dopo ho trovato due interessanti interventi su Youtube:

 

 

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