L’ipocrisia dell’accoglienza

Sto pensando a quanta ipocrisia ci sia nelle dichiarazioni, giunte all’apoteosi nella notte degli Oscar, sull’uguaglianza tra uomini. Si sprecano le frasi del tipo “Siamo tutti uguali su questa terra”, “Non ci sono differenze tra popoli”, “No al razzismo”, “Dio ci ha fatto tutti uguali”, “Dobbiamo essere fratelli”, “Il colore della pelle non conta”.
Tutto vero, affermazioni incontrovertibili, su cui nessuno (se non qualche irriducibile xenofobo permeato di teorie naziste) può aver da ridire.
La realtà è che sono proprio coloro che esprimono queste verità “inconfutabili” a smentirle, questi fautori dell’accoglienza che vorrebbero che l’Africa si svuotasse per portare tutti gli Africani qua, e farli vivere ai margini della società, come tanti disadattati. Sono quelli che chiamo “aguzzini dell’accoglienza”.
Siamo tutti uguali, su questa terra, con uguali diritti. Appunto.


Ma… proviamo a pensare: che cosa c’è di più caro per un essere umano della propria famiglia, della propria terra, della propria casa? C’è diritto più sacrosanto di poter vivere liberamente dove si è nati e non dover essere obbligati ad andarsene?
Salvo casi rari, nessun essere umano ama essere sradicato dalla propria terra natia, nessuno si allontana felicemente dalle proprie origini… a meno che non vi sia costretto: dalla guerra, dalla fame, dalla miseria, dal bisogno di trovarsi un lavoro. Costretto, appunto, da condizioni avverse, che sono al di fuori di lui e della sua volontà.
E così come la maggior parte di noi “occidentali” è felice quando nel luogo dove è nato può trovare famiglia, lavoro, amicizie, perché la stessa felicità non può appartenere anche a coloro che vogliamo a tutti i costi sradicare per portarli in mezzo a noi, a condurre un’esistenza da derelitti, senza la dignità di un lavoro, di una famiglia, di un ruolo sociale?
Solo noi “occidentali” abbiamo diritto di realizzarci come esseri umani in casa nostra? E perché, invece di essere vittime di un disegno che parte da lontano e incombe sulle loro teste e si accanisce sulla loro pelle, i popoli africani non possono trovare la felicità là dove sono nati, e devono essere costretti a venirsene via da CASA PROPRIA, ed emigrare in posti dove difficilmente saranno felici ma rimarranno degli spiantati a vita?
Perché non ci chiediamo una buona volta che diritto abbiamo noi, noi che ce ne stiamo comodi e beati a casa nostra e guai se qualcuno si sogna di mandarci via, di credere che gli Africani che vengono via dall’Africa qua da noi possano essere felici? Privandoli della loro vera identità, della loro terra, delle loro radici, li siamo condannando all’infelicità. Fingendo di liberarli, li stiamo imprigionando nell’ipocrita trappola dell’accoglienza.
Perché invece, visto che le risorse ci sarebbero, non li aiutiamo a rendere accogliente la loro vera casa, cioè l’Africa, un continente meraviglioso e pieno di risorse che potrebbe rendere felici tutti gli Africani?
E invece no: in Africa vogliono fare affari i Cinesi, le multinazionali, o vogliono godersela solo i turisti che ci vanno con la solita mentalità colonialista, vedendone solo la parte romantica e folcloristica e mantenendo il loro senso di superiorità verso gli Africani. Poi se ne tornano a casa, dichiarandosi folgorati dal leggendario “mal d’Africa”  e facendosi belli dell’essere stati in un posto tanto esotico e selvaggio.

Ci vedo tanta ipocrisia, tanto egoismo, tanta (sporca) politica, in tutto questo.
Io credo che gli Africani, come tutti i popoli, abbiano diritto di essere padroni a casa propria e di poter godere delle risorse di cui la loro Africa è ricchissima.
Illuderli (che equivale a costringerli con l’inganno) che qua si stia meglio è un colossale e abominevole imbroglio.
Noi qua stiamo bene perché ci siamo nati. Pure loro dovrebbero stare bene dove sono nati. Il loro diritto è quello. Non possiamo negarglielo, ma dobbiamo aiutarli a essere felici e a mantenere la loro dignità in casa propria.
Se poi qualcuno deciderà lo stesso di venire da noi, ben venga. Quella sarebbe davvero integrazione, tra pari.
Purché non sia un tragico esodo creato con l’inganno e le falsi illusioni.

Diana Lanciotti

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