Troppi inglesismi: lo dice anche la Crusca!

Sono da sempre convinta che la lingua italiana sia la più bella del mondo: sia come suono che come vocabolario, sintassi e grammatica. Una lingua che ci permette di usare il termine giusto e la frase adeguata per ogni concetto che vogliamo esprimere. Purtroppo l’esterofilia spinta, sorella di un inestirpabile provincialismo, a sua volta fratello di un inspiegato senso di inferiorità, spinge tanti italiani (e, ciò che è grave, coloro che sono deputati alla comunicazione: giornalisti ma anche scrittori, insegnanti, per non dire dei politici) a fare un uso smodato, che per certuni diventa sfoggio, di termini stranieri, in particolare anglosassoni.

Tanti termini diventano di moda e passano di bocca in bocca, e ce li ritroviamo a ogni pie’ sospinto.
Adesso è il grade momento dello storytelling (che poi diventa per molti la “narrazione”), questo termine orribile che starebbe al posto di “racconto”, e che viene usato però quasi sempre con un’accezione negativa. In tal caso sarebbe più appropriato usare “versione dei fatti”, preceduto da “la sua…” quando si voglia rimarcare la scarsa attendibilità della versione propinata da Tizio o Caio.
Oppure, abusatissimo, è  fake news, cioè notizie false. Cose sgradevoli, per le quali la fantasia e l’ironia italiana hanno coniato il simpaticissimo termine “bufala”, che è molto ma molto più divertente e ficcante del termine inglese.
Poi ci sono termini o frasi mutuati e pedissequamente tradotti dall’inglese: in gran voga sono “tema”, usato nella frase “il tema è” (papalmente o pappagallescamente tradotto da “the theme is”) oppure l’inflazionatissimo “voglio dire”, che ha preso il posto dell’altrettanto inflazionato e sessantottesco “cioè” (per i nostalgici la frase diventa addirittura “cioè, voglio dire”….), traduzione caserecca dell’intercalare inglese “I mean” o “I want to say; o, ancora “io sono confidente” per dire “ho fiducia” o “sono fiducioso”.

A esorcizzare questa brutta moda di ricorrere a lingue altrui quando la nostra è tanto e straordinariamente generosa, arriva questo “rimprovero” dell’Accademia della Crusca rivolto al Ministero dell’Istruzione che vi invito a leggere (v. http://notiziario.uspi.it/dove-e-finito-litaliano-laccademia-della-crusca-bacchetta-il-ministero-dellistruzione/):

 

“Dove è finito l’italiano?”, l’Accademia della Crusca bacchetta il Ministero dell’Istruzione

Gli Accademici contestano l’adozione sistematica di termini ed espressioni anglicizzanti in un documento programmatico del Ministero, tenendo conto della sua importanza all’interno dell’istituzione scolastica.

Il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha pubblicato lo scorso 14 marzo un documento programmatico (il Sillabo per la scuola secondaria di secondo grado) volto a promuovere l’educazione all’imprenditorialità nelle scuole statali secondarie di II grado.

Il Gruppo Incipit (*) dell’’Accademia della Crusca, nel Comunicato stampa n. 10 del 17 aprile scorso, ha espresso grande preoccupazione riguardo alla lingua con cui tale documento programmatico è stato redatto, tenuto conto della sua importanza all’interno dell’istituzione scolastica.

«Il Gruppo – ricorda il Comunicato della Crusca – aveva già attirato l’attenzione sulla forte propensione del sistema universitario italiano a impiegare termini ed espressioni del mondo economico-aziendale (cfr. Comunicato stampa n. 6 del 17 giugno 2016), ma constata che nel documento in questione tale tendenza ha raggiunto un nuovo livello di intensità: l’adozione di termini ed espressioni anglicizzanti non è più occasionale, imputabile magari a ingenue velleità di “anglocosmesi”, bensì diventa programmatica, organica e assurge a modello su cui improntare la formazione dei giovani italiani».

«È infatti sufficiente scorrere il Sillabo per la scuola secondaria di secondo grado – continua il Comunicato – per verificare la meccanica applicazione di un sovrabbondante insieme concettuale anglicizzante, non di rado palesemente inutile, a fronte dell’italiano volutamente limitato nelle sue prerogative basilari di lingua intesa quale strumento di comunicazione e di conoscenza».

E gli Accademici fanno anche degli esempi: «per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del team building, non serve progettare, ma occorre conoscere il design thinking, essere esperti in business model canvas e adottare un approccio che sappia sfruttare la open innovation, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati pitch deck e pitch day».

Veramente troppo per i cattedratici che hanno il compito di monitorare ed esprimere un parere sui forestierismi di nuovo arrivo nella Lingua italiana:
«Più che un’educazione all’imprenditorialità, – con queste parole hanno “randellato” il Ministero – questo documento sembra promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana e delle sue risorse nei programmi formativi delle forze imprenditoriali del futuro. Pare una sorta di contraffazione paradigmatica della cultura e del patrimonio italiano: è così che si vogliono promuovere e valorizzare le eccellenze italiane, il “Made in Italy”? ».

«Proprio in considerazione della gravità del modello linguistico-concettuale offerto dal Sillabo – conclude il Comunicato – il Gruppo Incipit, nella presente occasione, rinuncia a proposte di traducenti italiani (del resto sarebbe necessario tradurre l’intero documento), ma rivolge un appello ai responsabili del MIUR, affinché si usi maggiore rispetto nei confronti della lingua e della cultura italiana».

(*) Ricordiamo che il Gruppo Incipit si occupa di esaminare e valutare neologismi e forestierismi ‘incipienti’, scelti tra quelli impiegati nel campo della vita civile e sociale, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana, al fine di proporre eventuali sostituenti italiani. Incipit è costituito da Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean-Luc Egger, Claudio Giovanardi, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Luca Serianni, Annamaria Testa.

Sempre sull’argomento, si può leggere questo interessantissimo articolo di Massimiliano Singuaroli, ricco di collegamenti (o link…?) per chi volesse approfondire il “tema”: https://it.pearson.com/aree-disciplinari/italiano/questioni-italiano/tutto-inglese-abusiamo.html

Evviva la lingua italiana!

Diana Lanciotti

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