Saluto a un figlio che se ne va

“Caro figlio mio amatissimo,
oggi te ne sei andato. Il grande giorno è arrivato, e ti ho lasciato finalmente andare. Dopo tanto tempo passato insieme, mi sono finalmente decisa a tagliare il cordone ombelicale che ci teneva uniti da tanto (troppo?) tempo.
Questa volta la gestazione è durata molto più del solito. Non i soliti 8-12 mesi, ma ben 8 anni. Un tempo inaudito per una come me che, sfornato un figlio, cerca di renderlo indipendente nel giro di alcuni mesi, un anno al massimo.

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Non sono mai stata una mamma possessiva, da questo punto di vista. E invece con te è stato tutto diverso.
Era il 24 ottobre del 2006 quando scrissi le prime parole su di te: i tuoi primi vagiti. Come sempre avevo bene in mente il nome che avevo scelto per te (scelgo sempre il vostro nome prima ancora di darvi alla luce), mentre sul resto avevo un’idea di massima di quello che saresti diventato.
Mi sono accorta subito, dai primi passi che abbiamo percorso insieme, studiandoci con quell’ombra di diffidenza che col tempo è diventata confidenza assoluta e reciproca, che saresti stato diverso dai tuoi quattordici fratelli che ti hanno preceduto.
Eri, e lo sei ancora, un tipo tosto, difficile, poco accomodante, rude, anche un po’ violento, incline al turpiloquio. Un po’ scavezzacollo, impossibile da imbrigliare.
Io ci ho provato, ho provato a imbrigliarti, a condurti sulla retta via, ho provato a educarti, a farti diventare quel bravo ragazzo che, ora me ne rendo conto, non sarai mai.
Forse è per questo motivo che non mi sono mai decisa a lasciarti andare, ma ti ho tenuto con me per così tanto tempo: sperando, col mio “buon esempio”, di farti diventare qualcuno che in realtà non potresti mai diventare. Ma col tempo ho imparato (io stessa l’ho scritto, che se ami qualcuno devi trovare il coraggio di lasciarlo andare) che non sarei mai riuscita a cambiarti, non avrei mai potuto trasformarti in un signorino per bene, dalle maniere da educanda. Molto più facile, piuttosto, che standoti accanto finissi io per cambiare.

Sei sempre stato un figlio ribelle e un po’ degenere, per me, ma non per questo meno amato. Anzi: forse proprio in virtù della legge di attrazione degli opposti, mi sono attaccata a te in modo inverosimile. E ancora mi chiedo se questo mio non decidermi a lasciarti andare fosse dovuto al legame profondo (che forse qualcuno definirebbe morboso) che si è creato tra noi, o al non voler mostrare al mondo un figlio così lontano dalla mia natura, così esageratamente diverso dagli altri.
Devo riconoscere che in questi anni difficili, in cui l’imperizia di un medico mi ha fatto passare diversi brutti quarti d’ora, tu eri lì, accanto a me, e sapere di avere la grande responsabilità di crescerti, di farti maturare e portarti nel mondo mi ha aiutata a superare i momenti più bui. Ad andare avanti con più energia e determinazione. Perché per allevare un figlio difficile come te di energia e determinazione ce ne vogliono dosi massicce.
E ora, oggi, è venuto il momento di lasciarti andare, di vederti camminare per le vie del mondo con le tue gambe.
Credo di averti cresciuto bene, robusto e forte per non farti travolgere dalle difficoltà, per non farti arretrare davanti agli ostacoli. Ne troverai, senz’altro, ma io sarò ancora al tuo fianco ad aiutarti a superarli, come tu hai aiutato me.

Per una madre vedere che i figli sanno arrangiarsi e affrontare la vita, fuori dalle loro ali protettrici, è fonte di soddisfazione ma anche di rimpianto: la chiamano sindrome da nido vuoto. Tanto tempo passato insieme, a farsi compagnia, a riempirsi le giornate… e ora?
Ora resta (e non è poco) la soddisfazione di sapere che farai grandi cose: io e te abbiamo grandi progetti e tutto questo tempo è servito per fortificarti e renderti all’altezza del grande compito che ti aspetta.
Ora vai, cammina sicuro: io ti ho dato tutto quello che potevo perché tu possa rappresentare, per tante persone che incontrerai sul tuo cammino, la Grande Svolta.
Ce la farai, ne sono sicura.
E so che anche se oggi sono triste, e provo questo gran senso di vuoto, da domani, quando tornerai a raccontarmi di tutte le persone che hai conosciuto e hanno saputo apprezzarti, sarò felice.
Oggi, quando ti ho affidato al tipografo che confezionerà il tuo vestitino su misura, gli ho scritto: “le affido il mio nuovo bambino. Ne abbia cura… per me è come staccarmi da un figlio.”
Vai, caro figlio, caro libro tanto amato. Fatti onore: per me e per tutti gli animali che grazie a te si salveranno.
In bocca al lupo"

Diana

Oggi è andato in stampa il quindicesimo libro di Diana Lanciotti: "La vendetta dei broccoli", il suo attesissimo “giallo vegetariano”. Una storia elettrizzante, originalissima, ricca di colpi di scena ma anche di spunti di riflessione, dalla parte degli animali.
Diana, che ha lavorato al progetto per quasi 8 anni, ha voluto salutare la sua "partenza" con le parole che avete appena letto.

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