Benigni, l’Inno di Mameli e… Faccetta nera

Cara Diana, io Benigni non l’ho trovato così “memorabile” (parola che nel suo pasticciato intervento ha ripetuto a sproposito e allo sfinimento). E’ solo un gran furbo. Per 250.000 euro avrebbe anche cantato Faccetta nera se gliel’avessero ordinato.
Tra tutti i commenti pro-festival dei giornalisti proni ieri ho letto il Suo che lo definiva Festival dell’Unità e ci faceva notare che Andy Garcia ha definito l’Italia un paese libero, alla faccia della sinistra che afferma il contrario.
Volevo dirLe che sono d’accordo con Lei e in disaccordo con coloro che vogliono farci credere che siamo sotto una dittatura.
Daniela

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Cara Daniela, ieri sera Benigni non me lo sono persa. Non perché sia una sua fan: non mi ha mai fatto ridere, né quand’era un giullare alle prime armi, né quando col tempo si è infurbito e ha capito che per far strada gli conveniva appoggiarsi alla sinistra pseudointellettuale ed è diventato, non so per quali meriti, un "uomo di cultura". Ma quale cultura? Uno che dice "gli" riferendosi a un soggetto femminile, o snobba i congiuntivi, per dirne un paio a caso… e poi si fa paladino della lingua italiana! Ieri si è fatto paladino della Patria, del Tricolore, dimenticando che i suoi compagni di ideali fino a ieri il tricolore l’hanno vilipeso, non lo volevano proprio vedere e lo oscuravano con le loro bandiere rosse, e l’inno di Mameli lo schernivano, sostituendolo con l’Internazionale o con "Bandiera rossa".
Però l’ho ascoltato, ho ascoltato per capire il perché di tutto quel successo, di tutta quell’attesa, e il perché di tutti i soldi che gli hanno dato per quella mezz’ora o poco più.
L’ho ascoltato, affascinata dalla sua capacità di dire un sacco di cose inutili, di pasticciare con la lingua italiana e con la storia facendosi passare come un intellettuale, uno che sa la storia.
Diciamoci la verità: si era studiacchiato la parte (per sapere un po’ di tutto a volte basta andare su Wikipedia) e poi l’ha raccontata a modo suo, alla Benigni. Del resto doveva pur guadagnarseli quei 250 mila euro che si è preso, presi dalle tasche dei contribuenti e finiti direttamente nelle sue senza neanche un "grazie e scusate per la rapina"…
Diciamocelo francamente: Benigni è un furbone, e per soldi sarebbe anche disposto, come dice lei, a cantare "Faccetta nera", o "Giovinezza".
Certo, con tutti i riferimenti a Dante e poeti vari che ha inanellato ha dato l’impressione di essere una persona coltissima… Ma… vogliamo dircela francamente? Si fa presto a sembrare colti, sciorinando qualche verso, qualche nome di grandi poeti, qualche riferimento storico, in un contesto culturale che non è il massimo. Mi spiego: in Italia la cultura non è poi questa cosa un gran diffusa e un gran apprezzata. Per dirla con le parole giuste: in mezzo a tanta ignoranza basta fare sfoggio di un minimo di cultura per diventare un grande intellettuale.
Purtroppo la nostra scuola per anni ha avuto più interesse a far politica che a insegnare la nostra storia, le nostre origini (io stessa la storia l’ho studiata poco e male, perché non ho mai trovato un professore che me la facesse amare, che mi insegnasse che è importante sapere da dove veniamo e perché ora siamo così), e in un appiattimento generale indotto dalla supremazia di sinistra ("meno cose il popolo sa, meglio lo indottriniamo"), chiunque citi nomi o fatti della storia può farsi passare per un profondo conoscitore, per persona colta e preparata.
Se poi ci mettiamo la toscanità e la capacità affabulatrice che gli è innegabile (anche se ieri mi è sembrata piuttosto appannata e confusionaria), ecco che Benigni diventa un simbolo della cultura italiana. Benigni…
Oggi poi, nei resoconti, leggo che Benigni si sarebbe commosso, trasfigurato addirittura, cantando in finale l’Inno di Mameli. Ma a nessuno viene in mente che Benigni, per quanto gliene si dica, è un attore consumato? E quanto volete che gli costi "recitare" la commozione? Trasfigurato? Forse era l’idea dei 250 mila euro che di lì a poco avrebbe intascato a "trasfigurarlo". O forse era più semplicemente stanco, vista l’età che non è più quella di un ragazzino, e forse anche stremato dall’aver dovuto tenere insieme idee che parevano a volte sfuggirgli senza più far ritorno.
Eppure oggi tutti inneggiano a Benigni. Anche lui fa parte degli "intoccabili", quelli di cui hanno parlato Paolo e Luca nella seconda serata: i vari Santoro, Saviano, ecc. Chi li tocca, muore. Anche Benigni è uno di questi. Fa parte del provincialismo della nostra bella nazione.
Infine: anch’io avevo notato la sfilza di "memorabile!" cacciata un po’ a casaccio nel suo monologo (o sproloquio?)
Spero solo che, con quei 250 mila euro che ci ha portato via di tasca, il buon Roberto corra a comprarsi un dizionario dei sinonimi per provarsi ad arricchire il suo vocabolario che ieri sera, a dir la verità, mi è sembrato un po’ scarso e monocorde.
Un caro saluto

Diana

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